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Dovremmo abituarci a non considerare ogni elezione come il “giudizio di Dio” e a distinguere bene ogni singola votazione. Il dato delle ultime regionali è, per esempio, molto diverso da quelle delle scorse europee. Nessuna spallata all’esecutivo giallo-rosso ma un pareggio che sostanzialmente equivale ad una vittoria per la maggioranza di governo che fuga ogni spettro e stabilizza, per quanto si può stabilizzare in Italia, il quadro politico. Tra i più soddisfatti il leader del PD Zingaretti. Il suo partito si conferma unico perno dell’alternativa al centrodestra. Pesa la sconfitta delle Marche che fa seguito a quella in Umbria ma tiene la Toscana roccaforte rossa insieme all’Emilia. Vittorie molto diverse quelle in Puglia e Campania dove a vincere è soprattutto l’affermazione personale di Emiliano e De Luca. Personalità per molti versi simili che hanno una vita piuttosto autonoma rispetto al loro partito, in quest’Italia dove i partiti di massa non esistono più. Esempi insomma sempre più vistosi di personalizzazione della politica e che nel loro caso hanno sfruttato al massimo l’emergenza Covid. Ad ogni vincitore corrisponde uno sconfitto. E il perdente di questa tornata elettorale è Salvini ormai fermo da più di anno al Papeete, a quella scelta di mandare a casa un governo di cui era il “dominus” assoluto. La sconfitta in Emilia, le inchieste giudiziarie, la rivalità interna con Zaia e anche quella di coalizione dove cresce sempre di più Giorgia Meloni, dovrebbero costringere Salvini a ritrovare un’altra energia e un altro spartito. Il centro destra resta maggioranza nel paese. In pochi anni ha ribaltato i numeri delle regioni che governa in modo massiccio rispetto al centrosinistra eppure non riesce a sfondare, a dare l’impressione di mettere ko l’avversario. La leadership della coalizione è nuovamente contendibile ma non ci sono elezioni nazionali alle porte, anzi, la legislatura arriverà alla sua scadenza naturale e l’attuale governo si prepara a gestire l’enorme flusso di denaro del Recovery Fund. Il tema dell’esecutivo tocca anche e soprattutto i cinque stelle. Praticamente non pervenuti alle regionali i grillini possono godere solo per il risultato del referendum che ha tagliato il numero dei parlamentari. Non basta però a coprire un vuoto di identità politica emerso in questi due anni e mezzo di governo. I vaffa alla casta non bastano quando della casta si fa parte. Il direttore della Stampa Massimo Giannini ritiene che “una stabile continuità o una stabile discontinuità come avrebbe detto Aldo Moro fotografa la situazione attuale figlia della combinata referendum-regionali. Il quadro politico si consolida, il governo di Conte si conferma precario ma necessario e si blinda con notevole certezza fino alla scadenza naturale della legislatura del 2023. A dargli più solidità, ma a imporgli anche più discontinuità è l’oggettivo rafforzamento di uno dei pilastri sui quali poggia, il PD. Ma a destabilizzarlo, mentre per paradosso lo puntella, è l’implosione dell’altro pilastro, fino a ieri il più portante e importante cioè il Movimento Cinque Stelle che è crollato sotto il peso della sua insostenibile leggerezza politica, culturale e organizzativa”. La riflessione più complessiva va fatta poi sul senso di una legislatura e sul ruolo del Parlamento che appare sempre più disarmato, il potere legislativo si è sempre più trasferito verso il governo e l’altro potere cresciuto a dismisura è quello delle segreterie di partito che si è fatto assoluto nelle stagioni dei piccoli cacicchi. Dopo il sì al taglio di deputati e senatori serve una legge elettorale che riduca la distanza tra eletto ed elettore. E serve soprattutto una riforma complessiva, su ruolo e funzioni delle Camere e del governo, sulla quota di federalismo, sul bicameralismo paritario. Servono insomma nuove regole.

di Andrea Covotta

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