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Alla Summer School l’illuminismo di Filangieri, un manifesto etico che parla al nostro tempo

Un manifesto etico che continua a parlare al nostro tempo, in una società sempre più frammentata, in cui irrompono con forza violenze e ingiustizie sociali. E’ il messaggio che arriva dal pensiero di Gaetano Filangieri, illuminista napoletano, al centro della quarta giornata della Summer School curata dalla rivista Sinestesie in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno, la Provincia di Avellino, l’Associazione Carlo Gesualdo, il Liceo Scientifico “P.S. Mancini” di Avellino e Fontanarosa Comunità. Un dibattito a tutto campo che sceglie di partire dalla presentazione del volume di Pasquale Guaragnella “Illuministi meridionali. Indagini su lessico e stili di pensiero”.  E’ il giudice Matteo Zarrella a ricostruire la figura del giurista Gaetano Filangieri, a partire dall’infanzia trascorsa nel Palazzo di famiglia a Lapio, dove prende coscienza presto delle ingiustizie del sistema feudale coincidente con il sistema di famiglia e delle vessazioni subite dai contadini. Dall’ammirazione di Gaetano nei confronti dello zio Arcivescovo SErafino da cui apprende la passione per la scienza, la vocazione alla comprensione della natura umana col desiderio di dirigerla verso la “felicità” all’incontro con personaggi come il filosofo ministro Bernardo Tanucci da cui coglie l’esempio di una “filosofia in soccorso de’ governi. Matura così il progetto da cui scaturirà La Scienza della legislazione, in cui trova forma l’idea che guiderà il suo pensiero “occorrono buone leggi per la felicità del popolo e dello stesso Monarca che lo governa; ed occorre abbattere la feudalità che aveva modellato il sistema giudiziario allora vigente”.

Centrale nel suo percorso sarà l’adesione alla Massoneria, all’insegna della fratellanza universale, in collegamento con intellettuali illuministi d’Europa e della nuova America come Benjamin Franklin.  “Filangieri – chiarisce Zarrella – combatterà strenuamente il potere incontrollato dei re che si esercita soprattutto sul fronte della giustizia, attraverso sentenze non motivate e la pratica della tortura”. Poichè “La tortura – scrive Filangieri – è un esperimento che si fa per vedere se l’accusato sia effettivamente reo, ed è nel tempo stesso una pena tormentosa ed infamante che si dà ad un uomo nel mentre che ancora si dubita se sia reo o innocente”. E’ tra i primi a  denunciare le lentezze della giustizia, “concorda col Montesquieu – prosegue Zarrella – nel proclamare la divisione dei Poteri ma, nella difficoltà di una pronta realizzazione del principio, s’impegna, con Tanucci, a sollecitare il Re
Borbone ad una monarchia maggiormente “illuminata””.

E’ quindi Pasquale Guaragnella a soffermarsi sull’idea da cui nasce il suo volume “Illuministi meridionali. Indagini su lessico e stili di pensiero”, in cui si interroga sul rapporto tra individuo e mondo dall’antichità greco-romana fino al Settecento, attraverso il Cristianesimo e la cultura umanistico-rinascimentale; un percorso accidentato, diretto però sempre verso una maggiore umanizzazione che si traduce con l’illuminismo negli ideali di uguaglianza, libertà e fraternità elaborati nel secolo dei lumi  “Verso questi valori, come sostiene Gaetano Filangieri, bisognava “muovere soprattutto i giovani”, cioè “rivolgersi ai loro cuori e non solo alle loro menti, per agire con una decisiva dose di passione sulla scena del mondo”. Da Pietro Giannone, con la sua riflessione “improntata ai valori di un severo pensiero giusnaturalistico, favorevole a una politica laica ad opera dei prìncipi e intesa a garantire la sicurezza pubblica e privata dei popoli” ad Antonio Genovesi, maestro degli illuministi napoletani che analizza il tema della felicità pubblica, lanciando un appello alla classe dirigente perchè la “passata floridezza del Mezzogiorno d’Italia [si è mutata] progressivamente in una miserevole decadenza”, di qui la necessità d’ “una filosofia tutta cose e utile” contro “una filosofia involta in chimere e filastrocche”. Un discorso che si fa anche analisi delle cause dell’arretratezza meridionale. con la speranza che il Sud possa ripartire da commercio e agricoltura. Ma Guaragnella pone l’accento anche sulla centralità dell’umano che caratterizza il pensiero del Filangieri,  che non smette di denunciare l’inutilità delle guerre. convinto che “allo strepito delle armi doveva opporsi lo strepito del pensiero riformatore dei filosofi, lo strepito di una “pacifica rivoluzione” ». Di qui il compito per i filosofi di indirizzare le scelte di “coloro che governano” poiché – affermava il filosofo – “i principi non hanno tempo d’istruirsi”, ma hanno il compito di “attivare con grande energia la fase finale dell’incivilimento”. L’obiettivo resta quello della pubblica felicità “… essa si configurava come miglioramento delle condizioni di vita degli uomini, all’insegna di un progresso inteso come proiezione nel nuovo e nel futuro.” Ma Filangieri, spiega Guaragnella, denuncia l’iniqua distribuzione della ricchezza e ribadisce la volontà di “Svelare ai cittadini la verità intorno ai meccanismi del potere, smascherare i nemici della giustizia con principi d’equità, educare il popolo, delineare attraverso libri e opuscoli i modelli salienti di una futura società giusta…”

E’ il professore Alberto Granese a soffermarsi sul valore della lezione di Filangieri che si carica di una forte attualità “Un messaggio in difesa dei diritti e dei valori fondanti della democrazia che appare un riferimento anche per la nostra società, che chiama in causa le nuove generazioni, contro compromessi e ogni forma di adulazione del potere”. Quindi l’invito a trasformare l’impegno del Centro Studi Gaetano Filangieri in una azione concreta. A portare il proprio contributo alla riflessione anche Domenica Falardo, Università degli Studi Salerno, Rosa Giulio, Università degli Studi di Salerno, Rosanna Lavopa, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e Sebastiano Martelli, Università degli Studi di Salerno. Se Lavopa evidenzia come Filangieri sia stata una voce appassionata “che può insegnare ai giovani a uscire dal coro, a non farsi condizionare da mode, mostrando l’unicità del pensiero illuminista”, Martelli si sofferma su come lo stesso concetto di felicità, centrale nell’analisi di Filangieri, possa essere il punto di partenza di una riflessione capace di coinvolgere le nuove generazioni. E’ quindi la dirigente scolastica Mirella Napodano a porre l’accento sulla contemporeaneità di un pensatore nel quale è possibile individuare le radici dell’educazione alla cittadinanza.

A chiudere il confronto il vicesindaco Pasquale Carbone che ribadisce l’impegno dell’amministrazione a sostegno di tutto ciò che è cultura e riscoperta della memoria, dando appuntamento a un nuovo confronto in presenza sulla figura di Filangieri e il notaio Edgardo Pesiri, presidente dell’associazione Gesualdo e Carlo Santoli, direttore di Sinestesie che evidenziano l’impegno portato avanti dalla Summer School per valorizzare il territorio e la sua cultura, partendo dalla riscoperta della memoria, nella convinzione del ruolo cruciale che può giocare l’Irpinia nella costruzione dei processi culturali.

La Nova

Illuministi meridionali.
Indagini su lessico e stili di pensiero

 

Tommasi, Cheti, anni di formazione filangieri, coordinate filosoche entro cui si muoverà  con serafino filangieri Isidoro Bianchi lo ape ingegnosa, voce appassionata che vuoel uscire dal coro, giovani al di là della massa, importanza ell’unicità del pensiero illuninista anpeolrano se potrai alleviare

Martelli

Tema felicità

Guaragnella illuminist napoletani

lluministi meridionali. Indagini su lessico e stili di pensiero

Domenica Falardo, Università degli Studi Salerno Rosa Giulio, Università degli Studi di Salerno Rosanna Lavopa, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” Sebastiano Martelli, Università degli Studi di Salern

 

Napodano

Radice di una educazione alla cittadinanza, fase operativa

Pasquale Carbone

Valore dell’Irpinia Pesiri

 

Manifesto Filangieri ci dà al palazzo oggi se vogliamo essere

 

Nel Palazzo Filangieri trascorre, in gran parte, l’infanzia Gaetano ricevendo l’imprinting di un
sistema feudale coincidente con il sistema di famiglia, con il mondo apparso stabilizzato a quel
modo. Di indole fiera e riflessiva è portato fin da piccolo a studiare le cose, sovrapporvi il pensiero
e trovare il possibile modo di migliorarle. Significativo un episodio che mi appresto a raccontare.
In anno domini 1964 funestava la terra di Lapio, come altre terre del Regno, una dolorosa carestia,
di cui poco dovevano accorgersi i Signori del Palazzo Filangieri che potevano contare sulle copiose
provviste cumulate nei loro “magazzeni”. Quando ecco, in una livida mattina di febbraio dell’anno
1965, presentarsi al Palazzo il massaro Ciriaco Carbone con una manata di contadini al seguito. A
cospetto di don Cesare Filangieri, Barone del feudo di Lapio, Principe di Arianiello, chiede in
supplica una dilazione nel pagamento dei canoni enfiteutici. Rabbiosa la risposta di don Cesare:
Carestia o non carestia, i patti sono chiari, se non pagate sapete cosa vi aspetta. Assiste alla scena
il dodicenne Gaetano, figlio terzogenito di don Cesare. Scruta i volti segnati da rughe profonde, di
quei contadini, immobilizzati nello sconforto e nell’umiliazione. Intristito, si rifugia per passarvi
una notte insonne, nella cappella del Palazzo, dove viene trovato nella prima mattina del giorno
dopo dal suo precettore, don Luca De Luca. Le emozioni insegnano più di tanti libri. Spingono alla
riflessione della Ragione. Ha visto da vicino la tirannide del potere baronale, la cedevole
sottomissione di “sudditi”, costretti in “lungo abito d’essere oppressi”, da “un governo ingiusto che
familiarizza coll’ingiustizia, finchè a poco a poco essi s’avvezzino a vederla senza orrore”.
Fermentano nel giovinetto riflessioni che ritroviamo nel terzo libro della Scienza della Legislazione.
Diversamente, Riccardo Filangieri, fratello di Cesare. Nominato Arcivescovo di Palermo nel 1863,
Serafino Filangieri come da nome monastico, si trova a dover affrontare la grave emergenza della
carestia diffusasi nel territorio siciliano e, invece di limitarsi a preghiere e a riti processionali per
scongiurare quel flagello, creduto un castigo di Dio, oltre a personali elemosine si attiva nella
raccolta di fondi benefici, facendo il giro dei monasteri e delle case dei ricchi e dei nobili,
sollecitando il clero a prodigarsi nelle opere di carità. L’Arcivescovo Serafino Filangieri, nel
dicembre del 1770, sarà nominato Cavaliere dell’insigne e reale Ordine di San Gennaro per essersi
distinto, durante la carestia, nella benemerita opera di sostegno del popolo di Palermo, fino ad
assumere negli anni 1773-1774 l’incarico di governatore della Sicilia.
Don Cesare muore nel 1767. Per lascito testamentario, il primogenito Giovan Francesco, grazie alla
legge del maggiorasco, riceve l’eredità del feudo, e, con il feudo, il mero et mixto imperio, il potere
di giurisdizione civile e criminale, nonché “tutti i beni burgensatici e feudali, mobili e stabili, oro,
argento, crediti e suppellettili di casa e ogni altro spettante”. Ai figli cadetti (Antonio, Gaetano,
Matteo, Raffaele e Michele) è data facoltà di abitare gratuitamente in “case e Palaggi che si
posseggono in Napoli, nella Cercola e nel feudo di Lapio senza poter pretendere abitazione
separata”. A questo vincolo di ospitalità il primogenito avrebbe potuto sottrarsi, dando, “in luogo
dell’abitazione, a ciascuno dei secondogeniti annui ducati cinquanta”. Alle quattro figlie femmine
si riconosce la “dote prevista dal Monte Grande dei Maritaggi”. Gaetano lascia la casa avita di
Lapio. Come avrebbe potuto Gaetano, d’indole fiera, restar in soggezione del fratello Giovan
Francesco e dei suoi 50 ducati? Lo zio Arcivescovo Serafino Filangieri si prende cura del
quattordicenne Gaetano.
Gaetano è predestinato, fin da bambino, alla vita militare, per entrare, tra i “maggiori”, alla Corte
del Re. L’ambiente militare, con la sua rigida struttura di conservazione del Potere e dello Status a
quo ante, non gli si addice. Grazie al governatore Tanucci viene esonerato da imprese militari e gli

viene consentito di dedicarsi interamente alla sua “Scienza della Legislazione”. Sicuramente è forte
l’ammirazione di Gaetano nei confronti dello zio Arcivescovo da cui apprende la passione per la
scienza, la vocazione alla comprensione della natura umana col desiderio di dirigerla verso la
“felicità”. Una affinità ereditaria, discesa per li rami. In più, non meno rilevante, un affetto, una
sorta di immedesimazione da parte dell’Arcivescovo verso il terzogenito figlio del fratello che gli fa
rivivere la sua stessa condizione di cadetto indotto ad uscire dal feudo paterno. Per entrambi la
condizione di cadetto, ingiusta perché negativa di diritti naturali, si rivela propizia per una apertura
mentale, per uno sguardo slanciato oltre quei tempi ed oltre le mura restringenti del feudo.
Riccardo, figlio terzogenito di Giovanni, nato nel Palazzo avito di Lapio il 24 aprile 1713, uscito dal
feudo, dato in lascito al fratello Cesare, si avviò verso la vita ecclesiastica entrando, tra i
benedettini, nel Convento napoletano di San Severino, dove prese i voti monastici, con il nuovo
nome “Serafino”, nell’aprile 1729, ed esser ordinato sacerdote il 31 marzo 1736. In quel Convento,
che fu anche sede dell’Accademia delle Scienze, poteva dedicarsi allo studio e ampliare la sua
formazione scientifica, ispirandosi all’empirismo e allo sperimentalismo di Newton e di Locke. Dal
1752 al 1758 fu professore di “Fisica sperimentale”, facendosi stimare nei circoli letterari e
scientifici napoletani. Divenuto per nomina regia, il 25 marzo 1758, Vescovo di Acerenza e di
Matera, in quello stesso giorno pubblicò la prima pastorale, un manifesto d’impegno a svecchiare i
programmi d’istruzione del clero che avrebbe voluto “illuminato”. Instancabile nella ricerca
scientifica, convinto che la teologia, la filosofia, la scienza matematica e fisica, fossero uno
strumento per rivelare, nell’armonia e nelle leggi della natura, l’esistenza di Dio. Contro i pregiudizi
popolari, cercò di avviare un graduale cambiamento di mentalità, curando la formazione di un clero
da distogliere dai mali dell’ignoranza, della negligenza, della pigrizia nella partecipazione agli uffici
sacri, fino a comminare una sanzione di un carlino a chi si sottraeva dai compiti ecclesiastici.
Considerava il Vescovo il primo educatore del popolo e reclamava un clero composto di uomini
“distinti per pietà e dottrina” che non disdegnassero di “limitare i loro talenti nell’istruzione dei
fanciulli”. Applicò la categoria dell’utile alla religione. In una lettera pastorale diceva: l’uomo si
muove più facilmente se spinto da interesse personale. Proponeva l’ideale della virtù che non
sacrificasse la natura umana. Delineò il piano di una “Riforma generale dei costumi” per il
conseguimento della felicità anche nella vita terrena. Diceva: “Le regole del Vangelo, che guidano
questa riforma sono le regole della giustizia, le quali siccome formano i Figliuoli della Chiesa, così
perfezionano i membri della società: il vero Cristiano egli è ancora l’ottimo cittadino” (lettera
pastorale del 1776). Nel contempo assecondava l’intento di Tanucci di allentare il pernicioso
legame tra Chiesa e Baronaggio e frenare le ingerenze dei baroni siciliani intese al controllo
dell’episcopato.
Gaetano fa presto ad affrancarsi dai legami feudali e aprirsi all’incontro con personaggi di larghe
vedute, a Palermo e alla Corte reale della Capitale. Alla Corte del Re Borbone entra in contatto con
il ministro “filosofo” Tanucci. È da Tanucci che coglie l’esempio di una “filosofia in soccorso de’
governi”. Nel 1774 son date alla stampa le sue “Riflessioni politiche su l’ultima legge del sovrano”,
la prammatica del 23 settembre 1774, scritta di propria mano da Tanucci, che impone al giudice di
spiegare alla Pubblica Opinione le ragioni di ogni sentenza. Una grossa novità, per quell’epoca. Da
queste prime riflessioni parte il progetto per la “Scienza della Legislazione”. Si enucleano i seguenti
principi: occorrono buone leggi per la felicità del popolo e dello stesso Monarca che lo governa; ed
occorre abbattere la feudalità che aveva modellato il sistema giudiziario allora vigente. Contro
Gaetano Filangieri si muove il partito dei detrattori. Giuseppe Grippa si aggiunge alla lista dei
“calunniatori della Ragione”. Con una pubblica lettera, scaglia contro Gaetano Filangieri maligne
insinuazioni: “Voi, Signor Cavaliere, formate per me un punto di maraviglia: Voi, dico, che siete
d’una Famiglia di antichissimi Baroni del nostro Regno, com’è nota, e per la Storia nostra, e per lo
corpo delle nostre Prammatiche, Voi siete così avverso al sistema de feudi, che da ogni luogo della
Vostr’Opera scagliate de’ fulmini distruttori? Bisogna credere, che gran virtù si annidi nel Vostro

cuore che per amore dell’Umanità non vi curiate della distruzione della Vostra Casa. Una
suggestione però mi vorrebbe far credere, che non è tutta virtù quella, che appare in Voi in questo
particolare; ma che vi sia anche un poco di crepacuore in vedervi Cadetto e che perciò progettate
alla maledetta contra de’ feudi’’. Filangieri non risponde. Ma nel terzo libro della Scienza della
Legislazione pare includere tra gli squallidi agenti baronali, senza nominarlo, proprio Giuseppe
Grippa che era stato agente baronale del feudo di Gilberto Pio di Savoia, duca di Nocera de’
Pagani. Sentiamolo: “Il feudatario sceglie in ciaschedun anno un giudice. Questo magistrato non è
altro che un miserabile e vile mercenario del barone. Il suo salario non supera quello del più misero
familiare. L’unico interesse di questo giudice è di profittare, quanto più si può, della sua carica ed
aderire ciecamente a’ capricci del barone. Prima di consegnare a questo depositario vile delle leggi
la carta che gli dà una così precaria e servile giurisdizione, gli si fa distendere un atto della sua
rinunzia, che il feudatario conserva presso di sé, per poterlo espellere in qualunque caso che non
voglia aderire a’ suoi capricci. Quale probità, qual virtù è sperabile di trovare in siffatti uomini, che
il bisogno e l’interesse obbligano ad essere ingiusti, e che nissun motivo, niuna speranza può
indurgli ad esser onesti? Quali sono in fatti gli uomini che si avviano fra noi per questa miserabile
carriera? Que’ che per la loro pigrizia o per la vanità de’ loro padri sonno strappati dalla coltura
della terra”.
Nei primi anni ’80, con Francesco Mario Pagano, Gaetano Filangieri aderisce alla
massoneria, all’insegna della fratellanza universale, in collegamento con intellettuali illuministi
d’Europa e della nuova America. Ci accostiamo al pensiero di Benedetto Croce: “La nuova
istituzione della massoneria stringeva col suo vincolo uomini di tutte le condizioni sociali
riunendoli nel comune sentimento dell’umanità. Ogni istituzione ha il suo bel tempo, la sua
gioventù; e la massoneria, adesso ambigua o intrigante e insulsa, allora era schietta e ingenua, e
rispondeva alla nuova religione della Ragione, e le dava una sorta di mitologia, di cerimoniale e di
culto, e si rendeva perfino accetta alla società elegante e mondana”. Si consolida, sia pure a
distanza, la relazione di Gaetano Filangieri con Franklin, allora, nel suo soggiorno
parigino, autorevole membro della loggia Les neuf sœurs, rappresentante delle colonie
americane e promotore in Francia della loro indipendenza.
Gaetano Filangieri è contro il potere incontrollato del Re che si abbatte specialmente sulla giustizia,
fino ad allora solita a non dar conto del proprio operato, dispiegandosi con sentenze non motivate e
con la pratica indiscriminata della tortura. Con bella penna di letterato lancia questo appello ai
“Legislatori dell’Europa:“In mezzo all’opulenza e alla grandezza, fra il lustro del trono e i piaceri
della reggia, tra la simulata allegria de’ cortigiani e le armoniche cantilene de’ musici, i sospiri
degli infelici che gemono sotto il flagello delle vostre barbare leggi non saranno mai intesi da voi.
Togliete un momento a’ vostri piaceri per condurvi nelle carceri, ove più migliaia de’ vostri sudditi
languiscono pe’ vizi delle vostre leggi e per l’oscitanza (indolenza) de’ vostri ministri. Gittate gli
occhi sopra questi tristi monumenti delle miserie degli uomini e della crudeltà di coloro che li
governano. Approssimatevi a queste mura spaventevoli, dove la libertà umana è circondata da ferri
e dove l’innocenza si trova confusa col delitto. Spogliatevi degli ornamenti della sovranità, vestite
le spoglie di un privato cittadino e quindi fatevi condurre per quel labirinto oscuro che mena in
que’ sotterranei, ove il lume del giorno non penetra giammai, e dove è sepolto, non l’inimico della
patria, non il proditore o il sicario, non il violatore delle leggi, ma il cittadino innocente, che un
inimico occulto ha calunniato e che ha avuto il coraggio di sostenere la sua innocenza all’aspetto
di un giudice prevenuto e corrotto. Se lo strepito delle catene, se i gemiti cupi e continui che ne
partono, se gli aliti pestiferi che n’esalano non ve lo impediscano, fate che la porta di questa tomba
si apra. Avvicinatevi allo spettro che l’abita. Fate che una fiaccola permetta ai vostri occhi di
vedere il pallore di morte che si manifesta sul suo volto, le piaghe che coprono il suo corpo,
gl’insetti schifosi che lo rodono, quei cenci che lo cuoprono per metà, quella paglia marcita,

domandate quindi a questo infelice la causa delle sue sciagure. Io son sicuro-vi risponderà egli- di
non aver mai offeso alcuno, ma non sono ugualmente sicuro di non aver un inimico. Io godeva di
tutta quella tranquillità che m’ispirava la conoscenza della mia innocenza e la supposta protezione
delle leggi, quando mi vidi strappato al seno della mia famiglia e condurre nelle carceri”.
Le prigioni feudali, sotterranee, erano lo spauracchio che intimoriva i sudditi, tormentati al solo
pensiero che vi fossero rinchiuse le loro donne.
Quindi l’attacco al sistema della tortura.
“La tortura è un esperimento che si fa per vedere se l’accusato sia effettivamente reo, ed è nel
tempo stesso una pena tormentosa ed infamante che si dà ad un uomo nel mentre che ancora si
dubita se sia reo o innocente. Lo slogamento delle ossa, lo sfibramento de’ muscoli, l’atroce
stiratura dei nervi sono mali che non si riparano mai interamente. Essi lasciano una debolezza ed
una torpedine dolorosa nelle braccia di colui che gli ha sofferti, che lo rendono per tutto il tempo
della sua vita inabile a qualunque arte o mestiere che richieggia una certa forza ed una certa
destrezza. La sua patria perde un cittadino utile, e la sua famiglia è privata dell’istrumento unico
della sua sussistenza. La legge distende sullo stato e sui figli gli effetti funesti della sua ingiustizia e
della sua ferocia. La superstizione e l’ignoranza de’ tempi, nei quali erano in vigore i Giudizi di
Dio, facevano credere infallibili questi esperimenti; e i progressi delle cognizioni, i lumi del secolo,
le libere istruzioni dei filosofi hanno oggi persuaso anche il volgo che la tortura è la prova della
robustezza del corpo e non della verità; che l’innocente, ma debole, vien condotto alla morte da
questo assurdo criterio; che il delinquente, ma robusto, resta sicuramente impunito sotto gli auspici
di una politica così fallace”. Concorda col Montesquieu nel proclamare la divisione dei Poteri ma,
nella difficoltà di una pronta realizzazione del principio, s’impegna, con Tanucci, a sollecitare il Re
Borbone ad una monarchia maggiormente “illuminata”. Di Montesquieu dice: «un uomo, che ha
pensato prima di me, e che co’ suoi errori istessi mi ha istruito; un maestro che nel rapporto delle
leggi con lo stato della società ne cerca lo spirito per comprendere la ragione di quanto si è fatto,
laddove io cerco «le regole di quello che si deve fare» (libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera).
Anticipa la sempiterna questione della lentezza smodata della Giustizia: “La molteplicità degli
affari non permette ai giudici di farlo così presto comparire in giudizio, e qualche volta alle
distrazioni della carica essi vi aggiungono anche quella de’ loro piaceri. Lo stato dell’accusato,
durante questo tempo è uno stato di violenza e di tormento. Se la sua coscienza non lo rimprovera
di alcun delitto, la sua immaginazione non lascia per questo di funestarlo e di riempirlo di spaventi.
La condizione del vero reo è in questo migliore della sua, perché colui che è consapevole del delitto
che ha commesso, e sa le circostanze che lo hanno accompagnato, può facilmente prevedere ciò
che si è provato contra di lui ed eluderlo con le sue risposte. L’innocente dunque deve essere
spaventato dalla sua innocenza stessa”.
Muore a Napoli il 14 settembre 1782 Serafino Filangieri, muore l’anno dopo Tanucci. Gaetano vede
l’incrinarsi dei tempi. Nel 1784 la “Congregazione dell’Indice” condanna i primi libri della
Scienza della Legislazione. Gaetano continua febbrilmente, nell’avanzare del morbo della
tubercolosi, a integrare l’opera con la scrittura di altri capitoli, già presenti nella sua mente,
nel triste presentimento che quell’opera è destinata a finire con lui. La “Scienza della
Legislazione” già con i primi libri, trova apprezzamenti in Italia, siccome attestato dai
riconoscimenti di stima in Italia (particolarmente da Pietro Verri) ed in Europa, con gli
encomi della Società economica di Berna e le traduzioni in lingua tedesca del 1784, in
lingua francese del 1786, in lingua spagnola, in lingua russa e in lingua svedese. Franklin
ricevuta copia dei volumi da Luigi Pio, segretario dell’ambasciata del Regno di Napoli in
Francia, considera il lavoro di Gaetano Filangieri un modello cui ispirarsi per la redazione
della legislazione criminale in Pennsylvania e per elaborare la Costituzione del nuovo
Stato federale.

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Floriana Guerriero

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