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La pandemia in fase crescente continua ad essere la prova del nove del rapporto piuttosto disastroso e supponente dell’uomo del ventunesimo secolo con l’ambiente naturale. L’arroganza di fondo che ci fa ritenere di essere gli indiscussi dominatori di forme di vita ritenute inferiori ci ha fatto forzatamente ridimensionare la nostra volontà di potenza. Dai primi riscontri clinici l’esperienza del confinamento ha causato un sensibile aumento di episodi depressivi e di atti autolesivi soprattutto tra i più giovani. L’interruzione di relazioni considerate fondamentali ha portato a un collasso identitario di chi è sempre vissuto di rassicurazioni e non è stato educato alla responsabilità. Questo collasso è l’effetto causato dall’improvviso e imprevedibile venir meno di un livello di garanzie assicurato agli stessi giovani fin dalla nascita, non solo dal mondo adulto, ma anche dalla scienza, dai media e dal mercato. In realtà questo messaggio si è rivelato carico di ambiguità che ha fatto dei nostri giovani dei bambini a vita e dei consumatori più che dei cittadini responsabili. All’interno di questo orizzonte esistenziale non sono pochi quelli che intravedono come la nostra sia diventata la società dell’invalidazione assistita, dei diritti senza doveri, delle deresponsabilizzazioni, una società in altre parole profondamente impolitica, costituita da giganti con i piedi d’argilla. L’impianto narcisistico dei nostri ragazzi si è rivelato per nulla elastico, incapace di darsi una ragione dell’imprevedibilità delle cose, dell’esistenza di eventi potenzialmente traumatici e della necessità di mettere in atto le nuove trasformazioni richieste dalla vita. E qui ritorna la responsabilità degli adulti per delineare e pazientemente costruire una vita aperta all’imprevisto per permettere ai giovani di fare i conti con il fallimento senza soccombere e superare ostacoli che molti non riescono ad affrontare. Una società che non calcola i rischi delle proprie azioni non si prende cura del creato né da un volto umano all’economia. Non li calcola prima e non li riflette poi, una volta fatta la conta dei danni. L’ostinato rifiuto di interiorizzare i propri lutti e disastri getta una luce sinistra sul nostro destino. La società moderna ha mirato a cancellare la trascendenza e la dimensione del mistero della vita umana. I giovani potranno essere il motore della rinascita dopo la pandemia mettendo al centro coscienza critica, creatività, etica, condivisione di obiettivi e azioni concrete. Pertanto, dovranno uscire dal trauma pandemico grazie a forme di elaborazioni personali o collettive che consentono loro di sentirsi meno garantiti ma più in sintonia con la vita reale. In sostanza dovranno sentirsi capaci di riposizionare al cuore del proprio mondo e della società il mistero che è parte integrante dell’uomo: il suo rischio e la sua prima risorsa, il motore dei suoi atti. I giovani dovranno mettere in discussione l’idea di un progresso senza limiti e senza etica, disfarsi dall’idea che sia la scienza in quanto tale a doverci salvare e che l’unico tempo possibile sia un presente senza storia e senza capacità di attesa e senza alcun obbligo nei confronti del futuro. Gli adulti, a loro volta, devono avvertire la urgente necessità di additare ai giovani questo sentiero di vita e di speranza. Il tempo liturgico dell’Avvento, appena iniziato, costituisce il momento fecondo di attesa e di riprogettazione del nostro cammino esistenziale insieme agli altri.

di Gerardo Salvatore

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