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Si riparte con Draghi e Mattarella

Il risultato della quinta votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica ha seppellito la pretesa del centrodestra di rappresentare la maggioranza dell’elettorato e quindi di avere il diritto di esprimere un candidato alla massima carica dello Stato. Nei giorni scorsi, ancor prima di arrivare alla conta in aula, il fondatore dell’alleanza Forza Italia-Fratelli d’Italia-Lega più formazioni minori, Silvio Berlusconi, era stato costretto ad abbandonare la partita di fronte alla palese insostenibilità della propria candidatura; ieri la presidente del Senato Elisabetta Casellati ha dovuto dichiarare forfait, avendo perso per strada fra cinquanta e settanta voti del proprio schieramento, che comunque non le sarebbero bastati per raggiungere la maggioranza assoluta necessaria per ottenere la vittoria. Come sempre accade in queste circostanze, ora è tutto un rinfacciarsi le responsabilità della sconfitta, che senza dubbio ricadono su Matteo Salvini, leader della coalizione e stratega della battaglia parlamentare, ma non esentano né Antonio Tajani né Giorgia Meloni, anche se quest’ultima, arroccata nell’opposizione al governo, è pronta ad accogliere parlamentari e soprattutto elettori di destra delusi dal comportamento dei propri leader, e intanto accusa di tradimento i berlusconiani e i gruppi minori. Sta di fatto che la politica della contrapposizione nella quale tutta la destra si è riconosciuta è arrivata a un punto morto.

Avendo una settimana fa previsto che la battaglia del Quirinale avrebbe potuto segnare il declino dei due populismi – di destra e di sinistra – che hanno dominato buona parte della legislatura, potremmo a questo punto dichiararci soddisfatti e disporci all’attesa degli eventi, sennonché la disfatta della destra è foriera di timori per la tenuta del governo, con tutti i rischi che ne conseguono in relazione alla situazione generale del Paese, ancora stretto nella morsa della pandemia, con la crisi sociale che ne deriva e in un contesto internazionale preoccupante, che vede minacce di guerra alle porte dell’Europa occidentale. Da questo punto di vista poco è cambiato nelle ultime settimane, nel senso che i segnali di allarme già si avvertivano da tempo, ma la differenza la fa proprio la situazione italiana, visto che fino a ieri le maggiori capitali europee vedevano nel governo di Roma il punto di forza di un’Europa alla ricerca di un protagonismo equilibratore nella sfida aperta fra le grandi potenze nella partita ucraina; ed oggi questo ruolo rischia di offuscarsi, anzi è già tramontato per via dell’eclissi politica e diplomatica che il governo Draghi forzatamente sta vivendo. La corsa per il Quirinale naturalmente resta aperta, ma intanto la sesta votazione è destinata a non lasciar traccia, mentre è proprio il fronte del governo che merita ora la massima attenzione delle forze politiche più responsabili. E’ sperabile che le prossime ore servano a riprender il filo di un dialogo, ed è innegabile che, dopo il fallimento della strategia della destra, tocchi al fronte progressista assumere un’iniziativa che consenta al Parlamento di uscire dal pantano e dia una prospettiva al governo e alla massima istituzione di garanzia su cui l’Italia possa contare. Si tratta, a questo proposito, di misurare anche la portata dei cedimenti che si sono chiaramente avvertiti nel gruppo dei Cinque Stelle – l’altra formazione populista in crisi – dove la tentazione di riannodare con la Lega un legame che risale all’inizio della legislatura, ha suscitato preoccupazione e un fermo richiamo da parte di Enrico Letta. E’ il momento di capire che cosa in concreto significhi per i partiti che finora l’hanno difesa, la salvaguardia del valore aggiunto costituito dalla figura di Mario Draghi, che resta un punto di riferimento imprescindibile per l’Italia e per l’Europa. E’ il ruolo futuro di Mario Draghi, proiettato al vertice dello Stato o rafforzato alla guida del governo anche grazie alla rielezione, sempre possibile, di Sergio Mattarella, il passo in avanti che la politica deve muovere.

di Guido Bossa

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