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Questa volta il riflesso positivo dell’emergenza si è arrestato dopo appena 24 ore contro il muro della riforma del catasto, quanto di più prosaico possa esserci al cospetto delle grandi emozioni suscitate dalla guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina. Il voto contrario espresso dal centrodestra tornato unito ad un provvedimento giudicato indispensabile per continuare a muoverci lungo il percorso indicato dall’Europa non avrà conseguenze, e ad ogni buon conto il presidente Draghi ha chiarito che il governo andrà avanti anche se nell’immediato futuro dovesse perdere dei pezzi più o meno pregiati. Eppure bisognerà interrogarsi su questa schizofrenia che porta il parlamento italiano a condividere, magari con qualche enfasi di troppo, la resistenza “all’attacco ai nostri valori di libertà e democrazia e all’ordine internazionale che abbiamo costruito insieme” (Draghi alle Camere martedì), per poi dividersi aspramente sull’ipotesi, solo un’ipotesi al momento, che il governo nega, di un futuro aumento delle tasse. Questo quando dovrebbe essere chiaro a tutti che la difesa dei valori di libertà e democrazia ci costerà molto di più di una rivalutazione degli estimi catastali. E, non volendo dubitare della sincerità del voto unanime di martedì, bisognerà riconoscere che è proprio il ricorso continuo alla categoria dell’emergenza, che ormai è diventata la dimensione della politica italiana, a suscitare perplessità se non proprio diffidenza e rifiuto. Dopo due anni e più di sospensione della democrazia era legittimo che la politica volesse tornare a respirare; ma si è visto subito, un mese fa, che la convalescenza era tutt’altro che conclusa. Anche l’elezione del Presidente della Repubblica si è svolta all’insegna dell’emergenza, a prescindere dalla sperimentata garanzia offerta da Sergio Mattarella. Ed ora, quando manca solo un anno alla fine della legislatura, il sistema non riesce a rientrare nella normalità, tanto che diventa legittimo interrogarsi sul clima nel quale si svolgerà l’imminente campagna elettorale e sulla voglia di partecipazione popolare. Fra un paio di mesi ne avremo un antipasto nelle amministrative in 26 capoluoghi, ma già l’atmosfera è deprimente. Nei quattro anni trascorsi dalle elezioni del 2018 abbiamo realizzato tutte le formule politiche disponibili, con una fantasia e una spregiudicatezza che hanno portato alle estreme conseguenze la pratica italica del trasformismo. I cambi di casacca di deputati e senatori – oltre trecento su 915 parlamentari – hanno contribuito ad allentare i legami fra elettori ed eletti, mentre i partiti, quasi tutti ma principalmente quelli di governo, hanno perso insediamento sociale e percezione delle esigenze di intere categorie. I giovani non si sentono rappresentati e tantomeno compresi; la pandemia li ha ghettizzati, ed ora la crisi internazionale li ricaccia in un angolo. Il passaggio senza soluzione di continuità dall’emergenza sanitaria a quella politica spegne ogni velleità partecipativa e mortifica l’impegno di ognuno. La prospettiva più concreta vede il prolungamento fino alla fine dell’anno dei criteri e dei metodi di governo già sperimentati. Nessuno dubita della legittimità degli atti e dei provvedimenti di urgenza proposti, ma un ritorno alla normalità diventa quanto mai urgente.

di Guido Bossa

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