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“Si potrebbe dar vita al girone della pace”. Quasi in simultanea, come dicendo l’uno il soggetto, l’altro il predicato, abbiamo detto questa frase. In realtà, giungevano alla conclusione di un discorso nel quale, con continuo scambio di parti, l’uno argomentava la bontà di ciò che l’altro diceva. Una volta fatta la proposta, ce ne siamo subito innamorati. Né, tranne che per un attimo, ci siamo lasciati prendere da dubbi circa l’accoglienza che avrebbe avuto e la sua effettiva, concreta e, diciamolo, se fosse così, meravigliosa e bellissima realizzazione. Alla fine, non fosse altro perché (ma non è questo, ovviamente, il vero perché) uno di due, Gianni Festa, è direttore dell’edizio – ne irpina di questo giornale, su cui qualcuno starà leggendo quest’articolo, e l’altro, Luigi Anzalone, ci collabora settimanalmente, abbiamo deciso di renderla pubblica. Nei prossimi giorni, sperandoci molto e cercando di illuderci poco, vedremo che fine farà, ma intanto diciamo di che si tratta e com’è nata. Stavamo discutendo da un capo all’altro dei nostri cellulari, giovedì sera, di guerra in Ucraina e di letteratura russa. Ci sentivamo impotenti di fronte a tanta devastazione, a tanto dolore innocente; e non a caso, quel che dicevano s’in – trecciava con i nostro commenti di tre libri sulla Seconda guerra mondiale e sul dopoguerra segnato dalla “Guerra fredda”. I libri in questione sono due capolavori della letteratura russa, “Stalingrado e “Vita e destino” di Vasilij Grossman”, e un capolavoro della letteratura americana, “Diario russo”, di John Steinbeck, tutti editi di recente dall’Adelphi. Constatavamo, quasi con le stesse parole, che anche la nostra sta diventando o rischia di diventare, per dirla con Grossmam, “un’epoca tremenda, un’epoca di follie commesse nel nome della gloria di stati e nazioni, “un’epoca di terrore e di follia insensata”. Ma ci colpiva anche che di fronte al vento gelido della “Guerra fredda”, iniziata nel 1946, John Steinbeck, accompagnato dal grande fotografo ebreo Robert Capa, si imbarcò per la Russia spinto dal desiderio di sapere chi fosse la gente che abitava in quel paese, che era presentata come la terra del diavolo, incarnato da Stalin, “che feste faceva, che mangiava, come faceva all’amore”, se, ad esempio, si giocava e si ballava. Ne venne fuori un superlativo quanto oggettivo “diario” di un mondo tanto affine e uguale al nostro pur nella sua originalità. Sottolineare l’attualità di quel scrive Steinbeck per quel che riguarda occidentali e russi ci appare una esplicitazione dell’ovvio. Due mondi, meglio lo stesso mondo unito dall’amore per la pace e dall’odio per la guerra. Questa contestazione, insieme “alla nostra bontà spicciola”, come la chiama Grossman, ci rafforzò nel dire che la vittoria più bella in guerra è quella in cui nessuno vince e la guerra e finisce subito. E quella in Ucraina, così drammaticamente connessa al pericolo di una guerra atomica, sta durando troppo. Ed ecco che la nostra bontà spicciola e, con essa, la nostra inestinguibile passione sportiva e amore per la nostra nazionale di calcio ci indussero a dire: “Perché non proporre alla Fifa di fare aggiungere, istituendolo, ai gironi già composti in base alle qualificazioni per i mondiali di calcio 2022 in Quatar, un girone composto da Russia, Ucraina, Italia come campione d’Europa più una quarta squadra scelta in base al suo ranking?” . Perché non dare, con lo sport più bello del mondo, un esempio per cui a tutte le manifestazioni di carattere artistico e culturale, abbiano come primi partecipanti i russi e gli ucraini? Si confrontino, russi e ucraini, lì, non dove si dà e si riceve la morte”. Ma, si dirà, la guerra è in corso. Noi siamo fermamente convinti che se quel che proponiamo avvenisse, le trattative per giungere a un cessate il fuoco, preludio della pace, subirebbero un’accelerazione sorprendente e bella.

di Luigi Anzalone e Gianni Festa

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