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Come in un gioco dell’oca politico, giunta quasi alla fine della partita, la diciottesima legislatura potrebbe tornare alla casella di partenza e il gong potrebbe suonare domani, quando meno di nove milioni di italiani saranno chiamati alle urne per rinnovare i consigli comunali di 978 municipi dei quali solo 22 capoluogo di provincia e appena quattro (Palermo, Genova, L’Aquila e Catanzaro) quelli di regione. Un test elettorale di per sé insignificante, eppure carico di incognite perché, appunto, potrebbe ribaltare definitivamente gli equilibri fissati dagli elettori alle politiche del 2018, solo quattro anni fa ma in un’epoca che oggi sembra appartenere alla preistoria. I due partiti-sorpresa di allora – Lega e Cinque Stelle – che si spartirono quasi la metà dell’elettorato (32,68% alla Camera per i grillini, 17,35 % per i salviniani) si presentano a questo appuntamento in crisi profonda, di identità e di alleanze: la Lega ha perso l’egemonia del centrodestra a favore di Fratelli d’Italia; i Cinque Stelle sono stati abbandonati da un terzo dei parlamentari eletti fra Camera e Senato; l’alleanza con la quale i due dettero vita al primo governo della legislatura è  andata in pezzi dopo un anno e da allora gli ex alleati hanno vagato fra opposizione e governo alla ricerca di una identità e di un futuro capace di riscattarli da un destino di precarietà. E’ buona regola non caricare di significato politico generale l’esito di una tornata amministrativa parziale come quella che è alle porte; eppure diversi fattori contribuiscono, questa volta, a fare un’eccezione. Siamo agli sgoccioli della legislatura: quattro anni fa le Camere furono elette il 4 marzo e si riunirono il 23 dello stesso mese, quindi fra pochi mesi gli italiani saranno chiamati a rinnovare il Parlamento. Un calendario così stringente fa sì che i partiti si preparino a valutare con attenzione i minimi segnali dell’orientamento espresso dagli elettori; ma poi c’è da considerare lo stato di salute delle due compagini allora vincitrici. La parabola della Lega è impressionante: dal 17 per cento delle politiche è passata al 34 delle europee del 2019, ma ora nei sondaggi viaggia attorno al 15% e quel che più conta è il calo di credibilità e di leadership di Matteo Salvini, protagonista di clamorose sbandate in politica interna e soprattutto internazionale, fra improbabili progetti di missioni pacifiste a Mosca e di assalti falliti a palazzo Chigi. L’inconcludenza del “Capitano” provoca forte irritazione nell’ala “governista” del partito sia al centro (Giorgetti), che nelle regioni del Nord dove Zaia (Veneto) e Fedriga (Friuli) vorrebbero maggiore serietà e concretezza. Si capisce dunque che se le urne di domenica dovessero confermare il calo di credibilità di Salvini, si porrebbe il problema della guida del partito alle prossime politiche. Ancor più problematico sembra il futuro dei Cinque Stelle, sempre penalizzati, peraltro, nelle competizioni amministrative (la vittoria di Virginia Raggi a Roma nel 2016 è uno sbiadito ricordo). Sui 978 Comuni nei quali si va al voto, il Movimento presenta candidati sindaco in appena 64; nelle città più importanti appoggia il candidato del Pd, ma le prospettive di successo sono scarse: Genova, Palermo, L’Aquila e Catanzaro dovrebbero andare alla destra. Giuseppe Conte ce la sta mettendo tutta soprattutto in Sicilia, dove quattro anni fa il Movimento primeggiava, ma oggi anche il suo carisma sembra far meno presa, per non dire delle posizioni assunte in politica estera, con la contrarietà all’invio di armi all’Ucraina, che ha irritato Draghi ma anche Di Maio. A urne chiuse, lunedì prossimo, verrà per il Pd il momento di fare una riflessione sulla politica del “campo largo” proposta da Enrico Letta, che forse non si sta rivelando un buon investimento. Insomma, in questo scorcio di legislatura una fase si chiude e forse una nuova se ne apre. Si torna alla casella di partenza, con tanti punti interrogativi.

di Guido Bossa

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