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Mi è quasi sembrato come un leggiadro giro di valzer di un’affascinante Dama viennese dei tempi di Strauss che porta, ballando, ballando, il suo adorante cavaliere dall’altro lato della sala, abbagliata da lampadari a olio e avvolta da suoni di violini romantici e sognanti. Ero sorpreso nella calda notte di domenica scorsa. mentre la tv dava i risultati dei capoluoghi andati al ballottaggio, che assegnavano una smagliante vittoria al centrosinistra e condannavano a una bruciante sconfitta il centrodestra. Specie la conquista di Verona, feudo di destra, seguita dalle vittorie di Parma, Piacenza, Alessandria, Monza, Catanzaro, Cuneo, apparivano  un ribaltone rispetto al primo turno di 14 giorni prima quando il centrodestra aveva trionfato da Genova a L’Aquila, a Palermo. Ma il  mutar d’opinione dell’elettorato è avvenuto senza che qualcosa di simile a aspre battaglie elettorali facesse presagire un tale generalizzato sommovimento. Anche se, ammetto, a farmi venire in mente quell’onirica immagine è stato soprattutto il senso di sollievo che ho provato unitamente a quel tanto di lieve e di lietamente  imprevisto che ha caratterizzato il voto.

Berlusconi ha detto che preoccupa che 6 elettori su 10 non hanno votato. E’ vero, c’è da riflettere: la nostra democrazia soffre di disaffezione e discredito popolare. Ma è vero a patto da aggiungere che quelli che sono andati a votare lo hanno fatto, in maggioranza, per votargli contro anche nella «sua » Monza. Come mai un cambiamento così repentino di orientamento in tanti italiani? Sempre a destra  – e, a farle da megafono, i giornali berlusconiani – si è data la colpa della sconfitta alle divisioni interne alla loro coalizione. E’ così. Ma senza insistervi  troppo, altrimenti si rischia di scambiare l’effetto per la causa. Che rinvia  innanzitutto al rifiuto, che sa di diffidenza e timore, di un centrodestra a trazione Giorgia Meloni. Di più: il Partito Democratico è parso una sorta di reincarnazione della Democrazia Cristiana, rinnovellandone il fascino discreto. Che dire altrimenti di fronte a quel segretario, Enrico Letta, che, al pari del suo gruppo dirigente, è un democristiano calzato e vestito? Che parla, ragiona e propone da  forlaniano cose democristiane, che danno l’idea di una forza politica rassicurante, tranquilla, interclassista un po’ chiesastica, filoamericana, che non adopera mai la parola “sinistra” quasi fosse una bestemmia e si presenta, ma con toni misurati, democristiani appunto, .come una diga, una barriera, stavo  per dire uno scudo, contro l’estremismo e il populismo. Insomma, una partito che ricorda o vuol far ricordare – facendone scordare le storie di delinquenza e di ruberie – il partito della ricostruzione post-bellica, il partito di De Gapseri che, a seguito delle lotte dei social-comunisti, diede la terra ai contadini e portò l’acqua potabile nelle case dei meridionali, di Fanfani che fece l’autostrada del Sole e le case popolari e di Moro che promosse l’industrializzazione del Sud e l’apertura a sinistra. La storia è  strana. Ogni giorno che passa il PD mi sembra sempre più un partito che, caduta l’Utopia, è stato fondato da ex comunisti per diventare democristiani, facendolo dirigere da chi lo è dalla nascita: Franceschini e Renzi ieri, Letta oggi. E con Mattarella al Quirinale. C’è quasi da correggere il titolo del saggio di Croce “Perché non possiamo non dirci «cristiani» con “Perché non possiamo non dirci democristiani”.

P:S: Quest’articolo è stato scritto in ricordo di Ciriaco De Mita.

di Luigi Anzalone    

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