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Corsa ad ostacoli per il governo

Ora che la tempesta si è acquietata e Mario Draghi e Giuseppe Conte hanno quanto meno concordato il calendario del chiarimento (ieri una telefonata poi, lunedì, un faccia a faccia) diventa più chiaro che la quasi crisi di governo consumatasi fra mercoledì e giovedì mentre il primo era impegnato in vertici internazionali ad altissimo livello fra Bruxelles, la Baviera e Madrid, era il frutto avvelenato del malessere dei Cinque Stelle, provati dal crollo dei voti registrato alle comunali e ancor più dalla scissione operata dal ministro degli Esteri, che si è portato via un bel lotto di  parlamentari e di dirigenti regionali togliendo al partito di Conte la palma di primo gruppo della coalizione con tutto ciò che ne consegue in termini di capacità di incidenza sulle politiche del governo. Ora il caso sembra risolto grazie alla fermezza di Draghi e agli inviti alla prudenza di Mattarella, ma la ferita si può riaprire in qualsiasi momento, perché i grillini sono ancora sotto shock e fra i parlamentari rimasti con Draghi la tentazione di passare all’opposizione è forte. C’è chi spera, guardando ai consensi virtuali accumulati da Giorgia Meloni, che un ritorno alle origini del Movimento, populiste e contestatarie, possa invertire il declino. Per Giuseppe Conte non sarà facile disegnare una rotta e guidare tutti i suoi lungo il percorso da lui indicato. Il suo stesso rapporto con il fondatore dei Cinque Stelle appare fortemente incrinato, mentre la discesa di Grillo a Roma nei giorni della crisi, lungi dal riportare la calma ha contribuito ad alimentare sospetti e a ledere il prestigio del capo politico. C’è poi un ulteriore fattore delegittimante, per Conte, ed è la pressione esercitata dal “Fatto quotidiano” e dal suo direttore, che si comporta come una vera e propria corrente esterna del Movimento, capace di orientarne le scelte e condizionarne le decisioni. Anche le fibrillazioni dei giorni scorsi sono nate, o quanto meno sono state alimentate nella redazione del “Fatto” che non fa mistero di voler portare l’intero gruppo parlamentare, o quel che ne resta, all’opposizione, soffiando sulle frustrazioni degli eletti e dei militanti. Conte, che deve pur difendere il suo profilo di uomo di governo (ne ha guidati due), non dovrebbe cedere a tentazioni movimentiste, col rischio tra l’altro di essere scavalcato da un redivivo Alessandro Di Battista; ma nei giorni caldi del contrasto con Draghi ha dato l’impressione di volersi lasciare aperta un’uscita “di sicurezza” verso l’appoggio esterno. Ora questa ipotesi sembra accantonata, ma una rottura non è del tutto scongiurata. Molto dipenderà dall’esito del chiarimento col presidente del Consiglio e dai prossimi appuntamenti parlamentari. Occasioni di un definitivo showdown non mancheranno: la resa dei conti potrebbe avvenire con l’approvazione del prossimo invio di armi all’Ucraina, con la decisione di riprendere a trivellare l’Adriatico per sopperire alle previste carenze di gas, con un possibile stop governativo al finanziamento dei bonus edilizi, fiore all’occhiello dei governi Conte che però hanno dato luogo a gravi abusi. Insomma, i nodi che potrebbero venire al pettine sono numerosi e la corsa ad ostacoli durerà fino a quando potrà fare da deterrente la minaccia di scioglimento delle Camere e di anticipo delle elezioni in autunno. Nel frattempo, è prevedibile che i grillini diano battaglia sulle politiche sociali, ingaggiando una competizione con il Pd, dove già crescono i dubbi sull’opportunità di continuare a puntellare un alleato sempre più instabile. Per cavarsela, Draghi dovrà dar prova oltre che dell’aplomb sfoderato negli ultimi giorni, anche di doti politiche di meditatore che sono meno nelle sue corde.

di Guido Bossa 

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