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La vittoria delle destre, più per l’incapacità del centro sinistra di interpretare una pessima legge elettorale che per merito delle stesse, ha provocato una contestazione generale ed una serrata analisi e critica dentro e fuori il PD perché, a detta di tutti, la sua sconfitta elettorale è dovuta ad errori gravissimi della sua classe dirigente e non solo del segretario Letta. Le destre, infatti, che non sono maggioranza nel Paese (il 28% dei voti considerando tutti gli aventi diritto e il 44% dei voti espressi, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi.Al Pd è stata attribuita la principale responsabilità della sconfitta sia perché partito di maggioranza relativa del centro sinistra, sia perché non ha saputo mettere in campo una coalizione o almeno un accordo elettorale con i partiti che si opponevano alla Meloni.

Ma la crisi del PD viene da lontano. Quando fu fondato, nel 2007, (dopo Mani pulite, la caduta del muro di Berlino, la fine dei partiti ideologici) l’obbiettivo era mettere insieme il riformismo dei cattolici democratici con quello della socialdemocrazia e del PCI, approdato alla democrazia occidentale dopo un lungo tragitto cominciato da Berlinguer e concluso da Occhetto alla Bolognina. Molti hanno parlato di fusione a freddo, di operazione dall’alto ma l’esperimento ha avuto successo e con Prodi è approdato al Governo del Paese. Poi, anno dopo anno, le cose sono cambiate ed oggi i vecchi valori fondativi sono stati abbandonati. Il Partito ha perduto la sua identità, non ha saputo parlare alla gente perdendone il contatto. Il correntismo, il maschilismo, il doroteismo, la ricerca del potere e delle poltrone hanno preso il posto degli antichi valori. E’ divenuto il partito del doppio petto, non più attrattivo; che non ha più una visione del mondo ed un progetto di società; un partito di vertici. Lontano dai sindacati dei quali era un punto di riferimento. Le contestazioni in piazza di sabato scorso della GCIL ne sono una conferma evidente. Fino alla segreteria Bersani era ancora un partito di guida della sinistra riformista che si ritrovava nei valori del lavoro, della sua difesa, dei poveri e degli emarginati, dei diritti civili, del Welfare, dell’emancipazione sociale e della pari opportunità sociale; che parlava alla gente delle borgate, delle fabbriche, dei ceti medi, (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori) e che aveva vivi i valori di riferimento. Poi venne Renzi e il partito fu trasformato in un centro di potere in nome di una rottamazione che finì per travolgere anche lui. Da allora è andato verso la deriva travolgendo gli ultimi sette segretari (alcuni usciti dal Partito) caduti per una lotta di potere e di correnti. Il penultimo, Zingaretti, lasciò, dicendo di provare vergogna di un partito dove tutti chiedevano poltrone. Letta ha cercato di correre ai ripari ma il suo riformismo di lungo periodo (“L’anima e il cacciavite” non è bastato. Avrebbe avuto bisogno di un piccone che non aveva.

Per il filosofo Cacciari è una catastrofe culturale e al PD serve un congresso come quello che fece Occhetto alla Bolognina. Rosy Bindi ha lanciato un appello – firmato da vari intellettuali- per chiederne lo scioglimento. Cuperlo chiede di rifondarlo, Matteo Orfini di scioglierlo e rifondarlo. Secondo lo storico Canfora i Dem sono scollegati dalla base. Secondo D’Alema, ex segretario e ex Presidente: “I dirigenti del PD hanno pensato che la fine di Draghi provocasse un’ondata popolare nel Paese, travolgesse Conte e portasse il PD, la forza più leale a Draghi, ad essere il primo partito”. E questo perché non hanno rapporti con la società. Non si sono accorti che quelli che votavano PD o si astengono o votano Conte e la Meloni, il non plus ultra del populismo e della sterile protesta.

Cosa fare? Un congresso costituente, cacciando tutta la vecchia dirigenza. Ritrovare la propria identità. Cambiare rotta, riprovare a parlare alla gente, ritornare sul territorio, nei paesi, nelle borgate, rapportandosi con i cittadini e la società civile per la soluzione dei problemi quotidiani e proporre, fin da subito, una nuova legge elettorale, maggioritaria a doppio turno o proporzionale con voti di preferenza per ridare agli elettori un diritto fondamentale scippato loro. Far parlare le donne e i giovani come è avvenuto nell’ultima Direzione del partito e mai più coloro che hanno avuto incarichi in questi ultimi anni. Insomma una vera rivoluzione culturale.Il partito saprà farlo? Da questo dipenderà la sorte del PD e dell’intero Paese.

di Nino Lanzetta

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