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L’antisemitismo tra passato e pericoli del presente

In questi giorni ho riletto un libro molto interessante pubblicato da Einaudi nel 2020  “ Riflessioni sulla questione antisemita ”  di Delphine Horvilleur”. Questo volume offre i mezzi necessari di “elastica resistenza”per sottrarsi alla contrattura identitaria causata da urti improvvisi : la tradizione rabbinica non si preoccupa tanto di venire a capo dell’odio verso gli ebrei ( “fatica sprecata…”) quanto di offrire armi per premunirsi. Esso inoltre, per chi lo sappia apprezzare, rappresenta una via d’uscita dalla competizione vittimistica che caratterizza i nostri tempi di odio ed esclusione. Antisemitismo: siamo sicuri di sapere il suo vero significato? Si è sempre in tempo per riflettere su una parola tanto strutturata quanto abusata. E’ proprio questa neo-solitudine degli ebrei e le nuove forme dell’antisemitismo, tra globaiizzazione e crisi economico-sociale sia in termini geografici che ideologici, a fare da sottofondo alla ricerca. A richiamare l’attenzione sul tema, svolgendolo però al contrario, fa da sponda questo interessante lavoro.  Un caso letterario mondiale, un libro che aiuta a comprendere meglio la nascita dell’odio antisemita. Come suggerisce la copertina stessa , è “uno strumento originale e indispensabile per comprendere e combattere l’odio antiebraico. In precedenza, persino Jean Paul Sartre aveva tentato questa operazione mediatica con il suo testo” Riflessioni sulla questione ebraica”, ma senza ottenere lo stesso effetto generato dalla Horvilleur.  Sartre aveva mostrato nelle sue “riflessioni” come l’ebreo sia definito in forma inversa attraverso lo sguardo dell’antisemita. Horvilleur analizza la particolare coscienza che gli ebrei hanno di ciò che abita la psiche antisemita nel corso del tempo: l’ebreo è di volta in volta rimproverato di impedire al mondo di fare «tutto». Di confiscare qualche cosa al gruppo, alla nazione o all’individuo. Di mancare di virilità e di incarnare il femminile, la manchevolezza, il «buco», la ferita, la faglia identitaria che minaccia l’integrità della comunità. L’esegesi di questa letteratura è a maggior ragione più rilevante in quanto i motivi ricorrenti dell’antisemitismo sono oggi rivitalizzati nel discorso dell’estrema destra e dell’estrema sinistra.  In questo saggio l’autrice analizza l’antisemitismo a partire dai testi sacri, dalla tradizione rabbinica e dalle leggende ebraiche. Evidenzia , inoltre, il modo in cui l’ebreo è stato percepito nel tempo.
Delphine Horvilleurè un rabbino, una figura carismatica, tra le più considerate nell’ambiente parigino del Movimento ebraico liberale di Francia (MJLF), guida la sinagoga di Beaugrenelle. E sfida tutti i pregiudizi della tradizione. In precedenza giornalista a France 2, due lauree, di cui una all’Università Ebraica di Gerusalemme in Educazione ebraica e l’altra in Letteratura ebraica presso l’ Hebrew Union Collwege di N.Y., ha conseguito il titolo religioso di rabbino studiando al Jewish Community Center e alla Central Synagogue di Manhattan, per essere successivamente ordinata rabbino nel 2008. Dirige anche una rivista, Tneou’a, che stimola a pensare e riflettere. Questo volume non è la sua prima pubblicazione: altre hanno parlato anche di sessualità e identità nell’ebraismo. La giovane autrice francese, ricostruisce le origini storiche e culturali di un sentimento che ha provocato la più grande tragedia del Novecento e che continua ad spaziare nella nostra società, con effetti collaterali pieni di tanti pericoli. In questo percorso si ritrovano i segni asintomatici di una profonda ferita denominata Shoa. Essa affronta l’antisemitismo a partire dai testi sacri, dalla tradizione rabbinica e dalle leggende ebraiche.
“L’ebreo è sovente odiato non per ciò che NON HA ma per ciò che HA. Non lo si accusa di avere meno, bensì di possedere ciò che spetta a noi altri e che è stato senz’altro usurpato”
“L’ebreo è immancabilmente un po’ troppo se stesso e un po’ troppo un altro. Ha la faccia tosta di volersi assimilare oppure di rivendicare una sovranità altrove; di non voler andare via o non voler restare”. Perciò, nel lessico dell’antisemitismo è spesso additato simultaneamente per una colpa e per il suo contrario. “L’ebreo – sottolinea Horvilleur – è stato giudicato vuoi troppo ricco vuoi di campare di espedienti, a scrocco del paese. Vuoi troppo rivoluzionario vuoi troppo borghese. È stato percepito come una minaccia al ‘sistema’, ma anche come la sua incarnazione. Gli è stato imputato di camuffarsi o di essere troppo appariscente; di mescolarsi al punto di non essere più chiaramente identificabile, quando non di difendere l’endogamia e starsene per conto suo”.
Horvilleur si sofferma sul significato diversi fatti di cronaca. Quali segnali di una nuova minaccia e l’accrescersi di una pericolosa deriva. All’antisemitismo dell’estrema destra si è aggiunto un odio crescente da parte di estremismi di sinistra, oltre che di quelli a sfondo religioso. ”Come segno dei tempi – afferma la rabbina progressista -, sembra stia emergendo una sorta di lingua antisemita che circola per il mondo. E che è raccolta da persone che hanno progetti politici fra loro anche molto diversi ma che improvvisamente la parlano all’unisono, la fanno echeggiare”. Eppure, ha aggiunto, “negli ultimi anni, quando gli ebrei lo hanno sottolineato, spesso gli è stato detto: “state esagerando, questi sono casi specifici”. E nel rifiuto di pensare più in generale al fenomeno, abbiamo rafforzato la solitudine degli ebrei. Se però non vuoi aprire gli occhi e tracciare una linea tra i diversi punti sulla mappa, sei condannato a ripetere tutto da capo. Nelle vicende che cito l’antisemitismo non è mai puramente aneddotico”.

Giovanni Savignano

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