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A Montefredane Neruda incanta tra terra e poesia

di Rosa Bianco

Ci sono eventi che non si limitano a “succedere”, ma che si imprimono nella coscienza collettiva come rivelazioni. Ieri pomeriggio , presso la Tenuta Ippocrate di Montefredane, si è compiuto uno di questi rari momenti: l’evento “Omaggio a Pablo Neruda”, secondo appuntamento della Rassegna “Letture, natura e sapori in Festa!”, organizzata dalla Biblioteca della cucina del Benessere della stessa Tenuta, è stato un incontro sapienziale, un attraversamento dell’essere, in cui la poesia ha agito non come ornamento, ma come verità incarnata.

A dominare la scena, più che un programma, è stata una filosofia: l’idea che la cultura sia un nutrimento e che il sapere debba tornare a dialogare con la terra, con i sensi, con il tempo vissuto. Neruda, in questo contesto, non è stato solo un autore evocato, ma un’epifania: poeta dell’elementare e del sacro quotidiano, ha offerto le sue parole come ponti tra il visibile e l’essenziale.

In questo ordito, l’introduzione della dott.ssa Antonella Perrino, tenutaria della Tenuta Ippocrate ha rappresentato il logos incarnato, il sapere che si fa carne attraverso il cibo. Le sue narrazioni sulle proprietà degli alimenti e la riproposizione di ricette rurali non sono apparse come semplice folklore, ma come una prassi filosofica: la cucina come gnosi, come luogo dove la materia si trasfigura in significato.

Ed è proprio su queste arcate che si è svolto il tributo, con momenti di altissima risonanza interiore. Le Odi elementari — inno al pane, al pomodoro, al carciofo, alla cipolla, alla terra — sono state interpretate in modo magistrale da Franco Iannaccone e Mena Matarazzo, che hanno restituito al pubblico la forza originaria della parola nerudiana: non estetismo, ma ontologia; non letteratura, ma esperienza del reale.

Rino Cillo, con letture tratte dai suoi romanzi Meddix e Il Fondatore, ha aperto un’altra dimensione: quella della narrazione come radicamento e resistenza. Meddix, romanzo storico sulla vittoria dell’Alleanza Sannita, guidata dall’eroe Gavio Ponzio Telesino, nella seconda guerra punica contro i Romani alle Forche Caudine — un’alleanza nella quale gli Irpini ebbero un ruolo decisivo — ha riportato in vita un passato eroico e dimenticato, specchio del desiderio di riscatto dei popoli del Sud. Il Fondatore, invece, è dedicato alla figura di Guglielmo da Vercelli, mistico giunto in Irpinia dal Nord, fondatore del santuario mariano di Montevergine e poi anche dell’Abbazia del Goleto e di altre Chiese: una narrazione che restituisce alla spiritualità il suo volto concreto, radicato nei luoghi.

Un’altra voce densa di significato è stata quella di Ottaviano De Biase, poeta dell’altrove e del ritorno, che ha declinato il sentimento del distacco e della memoria, della lontananza imposta dal lavoro e dall’emigrazione. Le sue liriche hanno toccato il tema nerudiano della nostalgia come atto politico: la memoria come spazio di resistenza contro l’oblio.

L’ospite d’onore Ciro Iengo, oste artigiano dell’identità campana, ha dato vita a un momento straordinario recitando in napoletano la poesia Pane e pommarola, versione vernacolare e appassionata dell’ode nerudiana, che ha toccato corde profonde del pubblico. In un gesto di grande generosità simbolica, ha poi donato delle stampe raffiguranti il piennolo di pomodoro vesuviano, di cui è orgoglioso ambasciatore, insieme a una cesta colma di pomodorini freschi. Da questi ultimi ha preso spunto lo chef Aldo Basile per improvvisare, a sorpresa, una magnifica spaghettata finale durante il buffet: un trionfo di gusto, emozione e appartenenza.

Ma Iengo non si è fermato alla performance: in qualità di Presidente di Artesa e di Vicepresidente dell’Associazione di Promozione Sociale Campania Vision e Progetti – ha lanciato con entusiasmo il suo progetto glocal di rigenerazione culturale e di sviluppo, di inclusione e di innovazione, che unisca idealmente e concretamente la dorsale appenninica con la costa campana: una geografia della bellezza che diventa progetto culturale e politico alto. Ha spiegato, quindi, che il suo progetto ha come finalità la valorizzazione del territorio campano attraverso quattro direttrici: Storia, Cultura, Cibo, Territorio, interconnettendo Costiera Tirrenica Vesuviana e Dorsale Appenninica (Matese, Taburno, Irpinia, Cilento). La sua APS Campania Vision e Progetti si muove, perciò, come un tessitore silenzioso, intrecciando nel quotidiano fili di memoria ed in questa prospettiva, rientra la cultura del cibo, che non è solo nutrimento, ma atto politico, rito comunitario, gesto poetico che restituisce senso ai luoghi.

La voce storica e critica di Annibale Cogliano, storico e fine intellettuale, ha completato il quadro con una riflessione profonda sul valore della poesia di Neruda nel contesto internazionale: la sua militanza, la sua capacità di coniugare bellezza e giustizia, amore e lotta, in una visione integrale dell’essere umano.

E su tutto, le note del Maestro Valentino Milo, con la direzione musicale del Maestro Nadia Testa, presidente dell’Associazione musicale Igor Stravinsky, hanno offerto un contrappunto emotivo che ha sublimato la parola in suono. L’espisizione artistica , a cura del Dentice Pantaleone Museum ha fornito, infine, un ulteriore livello di significato, incarnando plasticamente l’idea della bellezza come sinestesia.

La chiusura, affidata al buffet tematico dello chef Aldo Basile, è stata la dimostrazione che la filosofia può anche farsi gusto, e che un pasto, se concepito come rito, può raccontare più di mille pagine.

In una società frantumata tra virtualità e consumo, la bellezza che nutre ha mostrato che esiste ancora la possibilità di una cultura piena, incarnata, umile e altissima allo stesso tempo. Una cultura che unisce e trasforma, come la poesia di Neruda, che ci invita ancora — oggi più che mai — ad amare le cose semplici perché in esse si cela l’infinito.

E così, nell’Irpinia antica e viva, il poeta ha parlato ancora: non da un piedistallo, ma da una tavola, da una vigna, da un campo di grano.

Perché “non c’è splendore più alto”, ci ricorda Neruda, “che quello della materia amata”.

 

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