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Abitare il silenzio dei social: Nicola Camporiondo e la rivoluzione della fragilità

di Raffaele Sabatino

Ci sono stanze in cui la solitudine fa un rumore assordante, specialmente quando fuori il mondo corre e dentro, invece, ci si sente bloccati da un peso invisibile sul petto. È in una di queste stanze che, cinque anni fa, un ragazzo di Vicenza ha fatto qualcosa di straordinariamente controcorrente, un gesto che oggi profuma di rivoluzione. Non ha cercato la popolarità effimera dei balletti virali, l’ostentazione del successo a tutti i costi o la maschera di una perfezione artificiale. Ha preso in mano lo smartphone e, semplicemente, ha deciso di aprire una finestra sulla propria anima, lasciando che la luce entrasse a illuminare anche le zone d’ombra.

Quel ragazzo è Nicola Camporiondo. Oggi, a vent’anni, studia alla Facoltà Teologica del Triveneto a Padova, ma per la vastissima e spesso desolata piazza di TikTok e Instagram è diventato qualcosa di molto più profondo e intimo: un “missionario digitale”.

La prima volta che mi sono imbattuto in uno dei suoi video, ho provato una strana sensazione di pace, un’emozione che ha toccato corde intime e profonde, forse legate al mio percorso vissuto nelle Scienze Religiose, ma anche alla mia stessa fede, che a volte si scopre fragile, incerta, persino vacillante di fronte alle tempeste della vita. In un ecosistema social dominato da urla, filtri deformanti e giudizi trancianti, il volto pulito di Nicola e il suo tono pacato sembravano quasi una provocazione, una carezza in mezzo a tanti schiaffi. Eppure, la sua era una risposta spontanea a un vuoto lacerante che lui stesso aveva percepito tornando in parrocchia dopo il dramma della pandemia: le panche erano vuote, i giovani erano spariti, persi nei labirinti di una solitudine iperconnessa. Da quei banchi vuoti è nata una chiamata: se i ragazzi non entravano più in chiesa, bisognava andare a cercarli là dove spendevano le loro giornate, dietro i vetri illuminati dei loro telefoni.

Evangelizzare nel 2026 è un’operazione che molti considererebbero anacronistica, persino rischiosa, un bersaglio facile per il cinismo del web. Nicola lo sa bene, ne porta i segni. Ha ricevuto approvazioni calde e commosse, certo, ma anche tradizionaliste che non comprendono il linguaggio della modernità, incomprensioni da quelle progressiste. Ma il suo segreto, la sua vera forza, sta nello stile. Non c’è traccia di proselitismo aggressivo nei suoi contenuti. Non c’è l’intenzione di puntare il dito, di colpevolizzare, di obbligare o di giudicare i passi falsi di chi sta dall’altra parte dello schermo. Il suo è un sussurro dell’anima, non un grido di condanna.

Nicola parla di Dio raccontando il proprio quotidiano, le fatiche della sveglia, la bellezza del servizio, i dubbi e le fragilità che appartengono alla giovinezza di ogni tempo. Abita il digitale con lo stile autentico del Vangelo, il che significa prima di tutto mettersi in ascolto, farsi prossimi. In un’epoca in cui tutti salgono in cattedra per insegnare agli altri come vivere, questo ragazzo si siede virtualmente accanto a te nella tua timeline, ti guarda negli occhi e ti chiede, implicitamente, «Come stai?».

Non lo conosco personalmente Nicola, non ci siamo mai presi un caffè insieme o scambiati lunghe confidenze, ed è per questo che spero davvero, un giorno, di poterlo incontrare di persona, per stringergli la mano e ringraziarlo di fronte a un caffè reale. Eppure, nonostante la distanza fisica, sento per lui e per il suo operato una stima immensa. Per chi come me dedica i propri giorni a comprendere il sacro, vedere un coetaneo che traduce la teoria dell’amore divino in carne, pixel e vicinanza emotiva è un dono immenso, capace di riscaldare anche i momenti in cui la fede personale vacilla e l’anima va in cerca di risposte. C’è la consapevolezza disarmante che lo schermo non deve essere uno specchio per nutrire il proprio ego, ma un ponte per un incontro reale, una fessura da cui far passare un po’ di speranza per chi, magari in quel momento, sta piangendo da solo nella propria camera.

Questa sua esperienza ravvicinata con le insicurezze, i pianti nascosti e i sogni di migliaia di coetanei è confluita recentemente nelle pagine del suo primo, commovente romanzo di formazione, edito da BUR Rizzoli: “Ti chiamo amico”.

Devo confessarlo: poche volte nella vita mi è capitato di leggere un libro così straordinariamente intenso. sono abituato a confrontarmi quotidianamente con testi densi, trattati complessi, elaborati accademici spesso rigidi, carichi di sottigliezze giuridiche, cavilli formali e citazioni che rischiano di allontanare il cuore dal mistero. Tra le pagine di questo romanzo, invece, non c’è traccia di quella polvere intellettuale. Al contrario, vi si respira un carico di amore immenso e pulsante per la gente, per l’essere umano colto nella sua verità più nuda.

È un libro che ho letto, assaporandolo riga dopo riga con estrema attenzione. Romanzi come questo, infatti, non si possono divorare in fretta: vanno sorseggiati lentamente, lasciando che ogni parola si depositi dentro per poter essere davvero vissuta. Eppure, sento che non c’è alcun bisogno di aspettare la fine della lettura per lasciarsi andare a un feedback o a un giudizio definitivo; fin dalle primissime pagine, infatti, la profondità disarmante delle sue parole ti arriva dritta al petto, senza filtri, facendoti capire fin da subito la statura emotiva dell’opera.

Il racconto si apre con la quotidianità ruvida, quasi dolorosa nella sua schiettezza, di Mattia, un adolescente che cerca di sfuggire ai risvegli forzati della madre e a quei pensieri pesanti, enormi, che gli affollano la testa di notte e tolgono il respiro. Attraverso una scrittura tenera, liquida ed emozionante, Camporiondo non fa sconti alle fatiche dei vent’anni. Esplora con una delicatezza commovente la paura di non essere abbastanza, il dolore sordo delle ferite relazionali che lasciano cicatrici invisibili, la tentazione di chiudersi in se stessi. Ma, tra quelle stesse righe, fa esplodere la bellezza dirompente del perdono e la necessità, vitale, di saper chiedere aiuto, mostrando che la vulnerabilità non è una vergogna, ma il punto esatto da cui ricominciare. L’idea cardine del libro, che riflette fedelmente la missione stessa di Nicola sul web, è la riscoperta della Chiesa non come un’istituzione distante o un insieme di dogmi punitivi, ma come una “famiglia”. Un luogo imperfetto, fatto di anime ferite e zoppicanti, ma straordinariamente accogliente, capace di fare spazio a chiunque, di stringersi attorno a chi cade e di trasformare la solitudine più nera in una calda fraternità.

Credo che il valore più grande del cammino di questo giovane risieda in una verità profonda che lui stesso ha espresso con rara lucidità: la missione digitale è autentica solo se non si esaurisce dentro lo schermo. Se quel “mi piace”, se quel video di pochi secondi non si traduce prima o poi in un abbraccio fisico, in una presenza reale nella vita di tutti i giorni, in un cammino condiviso camminando sulla terra, allora rimane solo un’illusione fallace, un’altra maschera.

Nicola Camporiondo ci sta insegnando, con una maturità che commuove, che il digitale non è un non-luogo da demonizzare o da cui fuggire, ma una terra di missione a tutti gli effetti, una periferia esistenziale popolata da cuori che battono, che soffrono e che, spesso senza saperlo, sono in cerca di senso e di un briciolo di infinito. Il suo coraggio non sta nello sfidare i meccanismi spietati degli algoritmi, ma nello scommettere tutto sulla verità delle proprie fragilità. Ci ricorda, con la forza pulita dei suoi vent’anni e lo sguardo rivolto verso l’alto, che per parlare di Dio all’uomo contemporaneo non servono piedistalli o parole altisonanti, ma lo spazio aperto, umile e accogliente di un’amicizia sincera.

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