di Ranieri Popoli
Salvatore Gisonna e Peppe Laurato non sono solo un’affermata coppia di attori e di autori teatrali ma un’entità che compone e interpreta, insieme alla sua brillante compagnia, opere esilaranti ma allo stesso tempo riflessive sui vizi, le virtù e le contraddizioni umane contemporanee.
Un canovaccio che ritroviamo nel loro ultimo lavoro, “L’amico dei sogni” che conclude al “Sardone” di Altavilla Irpina la sua fortunata stagione di rappresentazioni portate in scena da Peppe Isaia, Lucia Giso e Mario Brancigliano, sotto la magistrale regia di Angelo Belgiovine.
E per tenere fede all’unità del sodalizio rivolgiamo a loro, in coppia, qualche domanda di fine spettacolo.
La vostra notorietà vi sta portando a calcare palcoscenici importanti e quelli non meno interessanti, cosiddetti di provincia, come il “Sardone” di Altavilla Irpina. Ha ancora un senso andare in scena nei centri minori?
Intanto per quanto riguarda Altavilla Irpina si tratta di un ritorno e questo vuol dire che bisogna insistere, non demordere, non solo da parte nostra ma anche da parte di altre compagnie, perché è un teatro che merita attenzione. Dopo la delicata fase della pandemia le persone vogliono ritornare a stare insieme nei luoghi collettivi per cui occorre accompagnare questa ritorno che è graduale ma che si irrobustisce anno dopo anno, E il tutto esaurito di questa sera lo conferma.
Il fascino del teatro resta immutato nel tempo…
Proprio così. E’ un’arte antica che abbiamo ereditato dalla tradizione classica ellenica e poi da quella romana per giungere attraverso tante evoluzioni ai giorni nostri. A differenza di altre arti quella del teatro porta lo spettatore a contatto con l’attore fino a immedesimarsi con esso, a recitare insieme. E quello comico riesce di più a trasmettere tale empatia perché ridere aiuta a comprendere tante cose e poi come si diceva un tempo, fa bene al corpo e alla mente.
A proposito di culle in Campania, che è stata luogo emblematico nel passaggio dalla civiltà greca a quella latina, il teatro, come si suol dire, è di casa. La cosiddetta napoletanità, nella sua accezione più colta, si è originata proprio nel teatro moderno locale, in particolare in quello napoletano. In un contesto cosi complesso e indeterminato come quello contemporaneo che ruolo può ancora svolgere l’arte del palcoscenico?
La napoletanità non è un qualcosa che si rinchiude in una determinata area geografica. E’ una storia, una cultura, un’identità che ha una sua forza esteriore . Certo ci sono alcuni elementi caratterizzanti che la contraddistinguono e la rendono unica: la sua lingua “comunicativa”, perché fortemente simbolica, la sua natura esilarante che si esprime attraverso la sua comicità estemporanea, ma potremmo aggiungere anche la capacità di creare empatia ed emozione. Forse è in questo mix di unicità che la rende vincente non solo nelle nostre terre ma anche in altre del nostro Paese e dell’intero pianeta.
Cosa vuol dire comicità nel teatro napoletano contemporaneo?
La comicità è essenzialmente un linguaggio, un modo per comunicare e farsi intendere, in questo caso dagli spettatori, soprattutto quando si parla della realtà anche come quella più dura di “Napoli milionaria” o sarcastica di “Natale in casa Cupiello” per arrivare al nostro “L’amico dei sogni” dove si narra una storia comune a tante persone di oggi, dove un uomo pur affermato professionalmente ha comunque difficoltà a giungere in serenità alla fine del mese perché da separato è oberato da crescenti impegni economici. Un uomo che è sottomesso nei diversi contesti dove si relaziona: casa, amici, lavoro e che non riesce a reagire perché pur essendo stato il primo della classe si fa schiacciare dagli eventi perché la sua personalità “arrendevole” non è più funzionale alla vita contemporanea.
Il teatro non può certamente fermare il mondo ma di sicuro può osservarlo e interpretarlo. In questa commedia, anche attraverso l’espediente del ricorso al sogno dell’amico del cuore, si cerca di offrire al valore dell’amicizia il ruolo di ricomposizione con uno dei sentimenti fondamentali dell’Umanità, perché in un contesto seppur fantasmagorico come quello tecnologico si rischia di perdere il senso più profondo della nostra esistenza. E andare al teatro significa ritrovare un po’ anche se stessi.


