di Leonardo Festa*
Ogni riforma scolastica viene presentata come un passo avanti. Anche quella del nuovo Esame di Stato è stata accompagnata dal lessico dell’innovazione: più attenzione al comportamento, maggiore chiarezza nella valutazione, una prova finale più essenziale. Eppure, osservando nel dettaglio le modifiche introdotte, la sensazione è un’altra: più che una rivoluzione, sembra un ritorno al passato.
Cambia il nome, che torna a essere semplicemente “Esame di Stato”; cambia il numero dei commissari, ridotti da sei a quattro; cambia il colloquio orale, privato dello stimolo iniziale che negli ultimi anni aveva tentato, con alterne fortune, di valorizzare la capacità di collegare saperi diversi. Si torna a una formula più tradizionale, più lineare, ma anche meno ambiziosa.
La novità più significativa riguarda forse la scelta di separare il momento della verifica delle competenze da quello delle conoscenze. Da anni la scuola italiana afferma di voler formare cittadini capaci di interpretare la complessità, risolvere problemi, lavorare in gruppo, esercitare il pensiero critico. Tuttavia, proprio nell’esame conclusivo, queste dimensioni sembrano perdere centralità. Parallelamente, acquista maggiore peso il comportamento, quasi a suggerire che il buon studente sia soprattutto colui che rispetta le regole, non disturba e non sbaglia.
Ma che cosa ci si aspetta davvero dai ragazzi che affrontano la maturità? Maggiore senso della disciplina? Più prudenza? Meno rischio di esporsi e di tentare percorsi originali? Il timore è che il messaggio implicito sia proprio questo: premiare la correttezza formale più dell’autonomia di giudizio, l’adesione alle aspettative più della capacità di mettere in discussione ciò che appare scontato.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Un esame con meno commissari e una struttura semplificata comporta inevitabilmente una riduzione dei costi organizzativi. È una scelta comprensibile in tempi di razionalizzazione delle risorse pubbliche. Tuttavia, quando si interviene sulla prova che conclude il percorso scolastico di milioni di studenti, il rischio è che il risparmio economico venga percepito come una diminuzione del valore simbolico e culturale attribuito all’esame stesso.
La maturità continua a rappresentare un rito di passaggio importante, uno dei pochi momenti collettivi in cui una generazione si confronta con la propria crescita. Proprio per questo avrebbe bisogno di essere ripensata guardando al futuro e alle competenze richieste dal mondo contemporaneo, non limitandosi a riproporre modelli già conosciuti sotto l’etichetta rassicurante della novità.
Forse il vero problema non è il ritorno al passato in sé. Ci sono aspetti della tradizione che meritano di essere preservati. Ma chiamare innovazione ciò che innovazione non è rischia di impoverire il dibattito sulla scuola. E la scuola, più di ogni altra istituzione, ha bisogno di sincerità: nel riconoscere i propri limiti, nel dichiarare i propri obiettivi e nel decidere quale idea di studente e di cittadino intenda formare.
*docente Liceo Colletta


