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Alla creatura che verrà al mondo, cosa diremo?

Di Annarita Rafaniello 

Cosa diremo alla creatura

che un giorno chiederà di suo padre?

Cosa diremo

quando cercherà un volto nelle fotografie,

una voce nei racconti,

un abbraccio nei ricordi degli altri?

Che suo padre si chiamava Sakil.

Che era un ragazzo.

Un marito.

Un padre ancora prima di diventarlo.

Che attraversava i giorni

come fanno gli uomini semplici:

lavorando,

sperando,

aspettando.

Aspettando proprio lei,

quella bimba

che non avrebbe mai visto nascere.

E cosa diremo ancora?

Che era destino?

Che sono cose che capitano?

No.

Dovremo dirle la verità.

Che suo padre è uscito per lavorare

e non è più tornato.

Che una festa

ha continuato a fare rumore

mentre una vita

scivolava via.

Chi conserverà il suo nome

quando le luci si saranno spente,

quando la musica sarà finita,

quando i manifesti della festa

saranno stati strappati dal vento?

Sakil,

non scomparire.

Non diventare

l’ennesimo nome

pronunciato una volta soltanto.

Perché non servono

parole di circostanza.

Non servono

i post pieni di retorica.

Serve

che qualcosa cambi.

Perché il giorno

in cui quella bambina

chiederà di suo padre,

la risposta più inaccettabile

sarà una sola:

che tutti sapevano,

che tutti hanno pianto,

e che nessuno

ha cambiato nulla.

Venerdì 29 maggio si è spenta la speranza. Dopo cinque giorni trascorsi tra la vita e la morte presso l’Ospedale Moscati di Avellino, Hossain Sakil non ce l’ha fatta.

Aveva appena ventisei anni. Aveva una moglie in Bangladesh. Aveva un figlio che nascerà tra poco e che non potrà mai stringere tra le braccia. Aveva una vita davanti, fatta di sacrifici, di lavoro e di sogni semplici, come quelli di milioni di giovani che cercano soltanto un futuro migliore.

La sera del 24 maggio, durante i festeggiamenti di San Bernardino a Lioni, Sakil stava lavorando presso una delle attrazioni del luna park quando è rimasto gravemente ferito. Un trauma cranico devastante gli ha tolto la possibilità di continuare a vivere.

Di fronte a una tragedia del genere, il silenzio non basta. Il cordoglio non basta.

Le parole di circostanza non bastano.

Perché dietro questa morte non c’è soltanto un incidente. C’è la storia di un ragazzo che, secondo quanto emerso, lavorava in condizioni precarie, senza le garanzie e le tutele che ogni lavoratore dovrebbe avere. C’è la storia di una persona che si trovava lì per guadagnarsi da vivere e che invece ha trovato la morte.

E allora la domanda diventa inevitabile: quante altre volte dovremo assistere a tragedie simili prima che il tema della sicurezza sul lavoro smetta di essere soltanto uno slogan?

Ogni anno, in occasione della festa di San Bernardino, la comunità lionese viene segnata da episodi che lasciano ferite, talvolta lievi, talvolta gravissime. Questa volta il prezzo pagato è stato una vita umana.

Per questo credo che una riflessione seria debba coinvolgere tutti: gli organizzatori, i gestori delle attrazioni, gli enti preposti ai controlli e anche l’amministrazione comunale.

Non per cercare un colpevole a ogni costo, ma per interrogarsi sul modello di festa che si vuole continuare a proporre.

È davvero necessario che una celebrazione religiosa sia accompagnata da attrazioni sempre più estreme e potenzialmente pericolose? È davvero questa l’unica idea di divertimento che siamo capaci di offrire alle nostre famiglie e ai nostri giovani? Possibile che non esistano forme di aggregazione più sicure, più rispettose e più coerenti con il significato profondo di una festa dedicata a un santo?

Sono domande scomode, ma proprio per questo vanno poste.

Perché oggi non stiamo parlando di numeri, di autorizzazioni o di procedure burocratiche. Stiamo parlando di un ragazzo di ventisei anni che non tornerà più a casa. Di un padre che non conoscerà mai suo figlio. Di una vita spezzata mentre lavorava.

Se una comunità non riesce a fermarsi davanti a una tragedia simile e a interrogarsi sulle proprie scelte, allora il rischio è che la morte di Sakil venga archiviata come una fatalità.

E invece non può essere così.

Il modo più autentico per onorare la sua memoria non è limitarsi al dolore di questi giorni, ma avere il coraggio di cambiare ciò che può e deve essere cambiato.

Perché nessuna festa vale una vita umana.

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