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All’IC Aurigemma di Monteforte nel segno della Memoria, Di Grazia: ripartire dall’educazione alla responsabilità e allo spirito critico

Ripartire dall’educazione alla responsabilità e allo spirito critico. A ribadirlo con forza il professore Ottavio Di Grazia, docente al Suor Orsola Benincasa di Napoli, nel corso dell’evento “L’altro sono io. In memoria della Shoah”, coordinato dalle docenti Paola Romano e Katia Lazzeri, tenutosi questa mattina nell’auditorium dell’istituto, tappa conclusiva del progetto dedicato alla Memoria. “Non possiamo chiudere gli occhi di fronte agli scenari inquietanti a cui assistiamo – spiega Di Grazia – E’ così che si difende la memoria. Oggi, più che mai, è importante insegnare ai ragazzi a coltivare il pensiero critico, a non smettere mai di pensare con la propria testa, “poiché solo così si contrastano le discriminazioni e si vincono i pregiudizi” quello che consegna i E’ la dirigente scolastica prof.ssa Filomena Colella a introdurre l’incontro, ponendo l’accento sul ruolo centrale a cui è chiamata la scuola nella formazione delle generazioni, un percorso che non può non partire dalla conoscenza del passato, “una consapevolezza che deve diventare memoria attiva, aiutarci a riflettere sul presente e orientare le scelte future. Solo così può diventare strumento per difenderci da ogni forma di violenza e discriminazione. Il senso della Memoria, infatti, non è mai dato una volta per tutte: si costruisce nel dialogo continuo tra passato e presente, tra l’esperienza storica e il vissuto degli studenti, tra il sapere disciplinare e la responsabilità personale. Questo compito riguarda tutti i gradi dell’istruzione, pur con linguaggi e strumenti diversi. L’incontro di oggi rappresenta solo la tappa conclusiva della progettualità dedicata alla Memoria della Shoah dal nostro istituto, che ha coinvolto i diversi ordini di scuola, dall’installazione di un Angolo dei Giusti, testimoni di Giustizia e Umanità al flash mob ‘Pagine di speranza nel nero della storia’ per dire no a violenza e soprusi, da laboratori a letture, da versi a video”. Un’educazione alla memoria che si intreccia con quella alle relazioni, come testimonia l’adesione al progetto sperimentale See Learning promosso dall’INDIRE, in collaborazione con la Emory University di Atlanta (USA), finalizzato alla valorizzazione delle competenze emotive, sociali ed etiche fondamentali per il benessere degli alunni, poiché “Siamo convinti che non si possa prescindere da relazioni autentiche all’interno della scuola”.

Tanti gli spunti di riflessione offerti dal professore Di Grazia. Ricorda come nella storia dell’uomo non ci siano altri fenomeni che possono essere accostati a quello che è stato lo sterminio degli ebrei. Si sofferma sul significato della parola “Shoah”, che sta per ‘tempesta violenta” ed è l’unico adeguato a raccontare l’orrore di quei giorni. “Il partito nazista era andato al potere con regolari elezioni. La Shoah fu il frutto della volontà dei tedeschi di chiudere una volta per sempre la questione ebraica. Lo fecero con il sostegno delle leggi, nell’indifferenza di milioni di uomini e donne che sapevano quello che accadeva ma non fecero nulla per impedirlo. La filosofa Hannah Arendt parlava di banalità del male. E’ questo il maggiore pericolo, arrivare a pensare che il male sia normale”.  Sollecitato dalle domande degli allievi, ricorda come gli ebrei, deportati nei campi di sterminio, furono progressivamente privati della loro identità, ridotti a numeri, per poi essere sterminati con la complicità di tanti, a partire dai medici”. E consegna le storie di due testimoni, da lui conosciuti, Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco, deportato quando aveva 13 anni “Si salvò grazie ai consigli di un anziano che gli raccomandò di mentire, dicendo di avere 18 anni e di essere un barbiere. Fu così che entrò nella squadra speciale che aveva il compito di tagliare i capelli ai prigionieri ebrei”. Si commuove, infine, nel ricordare la storia di Elisa Springer, tra le prime testimoni della Shoah con ‘Il silenzio dei vivi”. “Per tanti anni non raccontò neppure al figlio la sua prigionia. Una scelta comune a tanti, perché temevano di non essere creduti. Fu il figlio Silvio a scoprire i numeri tatuati sulla pelle, da allora non smise di raccontare la sua storia nelle scuole perché anche le nuove generazioni sapessero. Ero con lei quando si è spenta e le ho promesso che avrei portato avanti la sua missione”. E a chi gli chiede del conflitto arabo israeliano ricorda, citando Liliana Segre, che non ha senso usare i morti di Gaza contro la Shoah “Sono due storie diverse”. A far vivere il valore della memoria gli alunni delle classi terze della secondaria, presenti insieme agli alunni della primaria don Milani, attraverso esibizioni musicali, affidate all’Orchestra e agli studenti dell’indirizzo musicale, versi, rappresentazioni teatrali, dalle parole dei testimoni al sogno di una società costruita sulla pace in cui non ci sia posto per l’indifferenza. Un percorso che parte dalle parole della canzone di Niccolò Fabi “Io sono l’altro” e non dimentica i bambini di Gaza. Perché “i sorrisi dei bambini sono più forti dei missili”. A ribadire la sinergia con l’amministrazione comunale l’assessore all’istruzione Francesca De Santis e la consigliera Valentina Venuti che ricordano l’impegno comune di scuola e Comune di educare alla consapevolezza contro ogni discriminazione. Ad impreziosire l’incontro le scenografie realizzate dai ragazzi, con il coordinamento della professoressa Katia Lazzeri, capaci di evocare l’orrore dei campi di sterminio ma anche di ribadire il sogno di un mondo di pace.

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