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Anpi chiama alla riflessione sugli Internati Militari Italiani, si proietta “Scioà” di Annarita Cocca nel ricordo di Mario De Prospo

Sceglie di rivolgere la propria attenzione agli internati militari irpini l’Anpi provinciale in occasione della Giornata della Memoria. Punto di partenza del confronto la proiezione di “Scioa. Storia di un militare irpino internato in Germania” di Annarita Cocca.  Interverranno Giovanni Capobianco, presidente provinciale Anpi, Mimmo Limongiello, vicepresidente provinciale Anpi, Giuseppe De Prospo, socio onorario Anpi.

La pellicola, realizzata dagli allievi della scuola media Mancini di Ariano, girata tra Savignano, Montecalvo e Ariano, ispirata alla vicende di Mario De Prospo, internato in un lager nazista, scomparso da qualche anno, racconta la storia di due fratelli, Mario e Alberico, durante la seconda guerra mondiale. Il primo, soldato italiano di stanza a Vercelli viene deportato in un campo di concentramento in Germania, nell’Alta Sassonia, il 9 settembre 1943. Alberico, l’americano, emigrato negli Stati Uniti dieci anni prima del conflitto, sbarca in Normandia da soldato alleato e partecipa alla liberazione dell’Europa dal nazismo. I due fratelli si ritroveranno dopo tanto tempo, sullo sfondo la violenza, le barbarie, le deportazioni, lo sterminio dell’ultimo conflitto mondiale. Attraverso la storia dei due fratelli, il film si sofferma sulla condizione degli Internati Militari Italiani.
All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia si ritrovo in una situazione di caos, molti i soldati italiani che furono disarmati e catturati dalle forze tedesche. 

Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o di essere inviati nei campi di detenzione in Germania. Circa 197.000 militari catturati scelsero, per convinzione o semplicemente per evitare la deportazione, di continuare la guerra a fianco delle potenze dell’Asse.  Gli altri, circa 600.000, vennero considerati prigionieri di guerra. In seguito cambiarono status divenendo “internati militari” (per non riconoscere loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra), e infine, dall’autunno del 1944 alla fine della guerra, lavoratori civili, utilizzati come manodopera coatta senza godere delle tutele della Croce Rossa.
Gli “internati” venivano così a trovarsi in un limbo giuridico legato all’arbitrio totale di Berlino. I tedeschi infatti consideravano gli italiani “traditori” poiché il governo italiano aveva siglato un armistizio con gli anglo-americani (l’armistizio di Cassibile, annunciato dal proclama Badoglio dell’8 settembre 1943). Le truppe internate furono spregiativamente definite Badoglio-truppen dai tedeschi e reputate infide Inoltre non era estraneo alle decisioni tedesche anche un fondo di razzismo anti-italiano, come testimonia il diario di Goebbels. Nè Hitler, nonostante la personale amicizia con Mussolini, intendeva rinunciare a quella che – nei fatti – si rivelava un’ulteriore arma di ricatto verso l’Italia mussoliniana sostanzialmente si trattava di avere in mano 800.000 ostaggi.

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