di Franco Fiordellisi – C’è una domanda che, dalle aree interne dell’Irpinia, riguarda l’intero Paese: quale futuro si immagina per questi territori? La questione non riguarda soltanto piccoli comuni o territori marginali.
Riguarda la struttura stessa dello sviluppo italiano e, sempre di più, la qualità della nostra democrazia. Il tema è tornato con forza dopo l’iniziativa promossa dalla Camera del Lavoro CGIL di Avellino, insieme alle categorie dell’industria, FIOM e FILCTEM, sulla crisi del settore manifatturiero automotive. Ma il punto non è
solo industriale. È territoriale, sociale e politico. Da anni si moltiplicano analisi, piani e strategie sulle aree interne. Eppure il quadro reale racconta una storia diversa: calo demografico persistente, servizi pubblici progressivamente ridotti, infrastrutture fragili, lavoro povero e precarietà diffusa. In alcuni documenti ufficiali dello Stato si arriva perfino ad affermare che questi territori non possono porsi come obiettivi di inversione di tendenza e che debbano essere accompagnati lungo un percorso di progressivo invecchiamento e contrazione demografica. Non è una semplice analisi tecnica. È una resa politica.
Quando una politica pubblica rinuncia a immaginare il futuro di un territorio, non sta governando un processo: sta certificando un abbandono. Le aree interne non sono un residuo del passato né una parentesi folkloristica
della geografia italiana. Sono una componente decisiva dell’equilibrio territoriale del Paese. In questi luoghi si concentrano risorse strategiche fondamentali: acqua, suolo agricolo, biodiversità, patrimonio ambientale ed
energetico. Se questi territori si svuotano, non si indeboliscono soltanto le comunità locali. Si indebolisce l’intero assetto territoriale italiano. Negli ultimi vent’anni si è affermato un modello di sviluppo che ha
concentrato investimenti e opportunità nelle grandi aree urbane, mentre nei territori interni si riducevano progressivamente servizi e presìdi pubblici. Ospedali ridimensionati, scuole accorpate, trasporti sempre più fragili, uffici pubblici chiusi o trasferiti.
Il risultato è evidente: desertificazione economica, aumento dell’indice di vecchiaia, difficoltà crescente nell’accesso ai servizi fondamentali. Ma dentro questa traiettoria si manifesta anche una dinamica più profonda
che riguarda la struttura stessa del potere economico e sociale. Il sociologo Massimo De Carolis ha descritto questo processo con una parola forte: rifeudalizzazione. Non si tratta di una metafora retorica. Significa che il
potere economico, politico e decisionale tende progressivamente a concentrarsi in pochi centri forti, grandi aree urbane, poli finanziari, piattaforme tecnologiche, hub logistici ; mentre vaste parti del territorio vengono ricondotte a una condizione di dipendenza strutturale. Come nei sistemi feudali, alcuni territori concentrano ricchezza, potere e capacità decisionale, mentre altri vengono progressivamente ridotti a spazi subordinati, funzionali ai bisogni dei centri dominanti.
Dentro questa trasformazione prende forma anche un fenomeno sempre più evidente: la formazione di grandi agglomerati di potere economico e finanziario che controllano le principali catene del valore contemporanee.
Energia, piattaforme digitali, logistica globale, finanza e grandi filiere industriali stanno ridisegnando la geografia economica europea secondo una logica sempre più gerarchica. Il valore economico non nasce più dove si trova il lavoro o dove sono collocate le risorse naturali, ma dove si concentra il comando tecnologico, finanziario e decisionale. È lì che si accumulano profitti, innovazione e potere. Le aree interne del Mezzogiorno finiscono così per collocarsi all’estremità debole di queste catene del valore: territori dai quali si estraggono acqua,
energia, suolo, paesaggio, lavoro e capitale umano senza che questo processo produca sviluppo stabile, infrastrutture moderne o rafforzamento del tessuto produttivo locale.
È un modello che estrae ricchezza ma non costruisce economia territoriale. Il valore prodotto in questi territori viene catturato e concentrato altrove: nei grandi centri urbani, nei poli finanziari, nei nodi tecnologici e nelle
piattaforme globali che governano l’economia contemporanea. Alle comunità locali restano invece occupazioni fragili, salari bassi, lavoro intermittente e una crescente dipendenza economica. È qui che la rifeudalizzazione descritta da De Carolis assume una forma concreta. Il lavoro stesso rischia di cambiare natura. Nelle aree interne cresce infatti un’economia fragile fatta di occupazioni discontinue, part-time involontari, salari bassi e precarietà diffusa. Il lavoro, invece di rappresentare uno strumento di emancipazione sociale, tende sempre più ad assumere i tratti di una dipendenza economica permanente.
Un lavoro povero, spesso privo di prospettive, che rischia di trasformarsi in una nuova forma di lavoro servile dentro economie territorialmente subordinate. Questa dinamica richiama anche le analisi dell’economista Emiliano Brancaccio, che ha parlato di meridionalizzazione dell’Europa: un processo nel quale le disuguaglianze territoriali si ampliano e intere aree vengono progressivamente spinte verso una condizione di marginalità economica e sociale funzionale agli equilibri dei centri più forti. Dentro questa dinamica non può essere ignorato un ulteriore elemento che rischia di aggravare la frattura territoriale: il progetto di autonomia differenziata.
Presentata come valorizzazione delle autonomie regionali, essa rischia in realtà di consolidare una nuova gerarchia territoriale nel Paese. In un contesto nel quale già oggi esistono forti divari economici, infrastrutturali e
sociali tra Nord e Sud, trasferire ulteriori competenze e capacità di spesa alle regioni più forti significa accentuare ulteriormente queste disuguaglianze. Per le aree interne del Mezzogiorno il rischio è evidente: non solo territori
marginalizzati nelle dinamiche economiche, ma anche territori sempre più deboli nella capacità istituzionale e nella disponibilità di servizi pubblici fondamentali.
Se il potere economico si concentra già oggi in pochi grandi centri, l’autonomia differenziata rischia di rafforzare anche la concentrazione del potere istituzionale e finanziario, trasformando progressivamente la geografia italiana in un sistema di territori forti e territori subordinati. Dentro questo quadro si era accesa una speranza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Avrebbe potuto rappresentare una svolta storica per
ridurre i divari territoriali e rafforzare le infrastrutture digitali e i servizi pubblici. Ma nelle aree interne quella svolta non si vede. Le criticità restano evidenti: connessioni digitali insufficienti, trasporti fragili, servizi sanitari e socio-sanitari inadeguati alla terza e quarta età, servizi scolastici ridotti, piccoli comuni lasciati soli davanti a una macchina amministrativa complessa e spesso sproporzionata rispetto alle loro capacità.
Anche la proposta di legge regionale sulle aree interne rappresenta un passo importante. Ma rischia di essere ancora insufficiente rispetto alla profondità della crisi territoriale che questi luoghi stanno vivendo. Il punto vero è che la questione delle aree interne non riguarda soltanto lo sviluppo economico. Riguarda sempre più la qualità della democrazia territoriale. Nelle prossime settimane si svolgeranno le elezioni provinciali di secondo
livello. Un passaggio istituzionale che arriva dopo anni di progressivo svuotamento delle province. Dopo la riforma Del Rio questi enti sono rimasti sospesi: responsabilità amministrative importanti ma risorse limitate,
rappresentanza indiretta e capacità operativa sempre più ridotta.
Nelle aree interne questo indebolimento istituzionale pesa ancora di più. Basta guardare la realtà di molti piccoli comuni: amministratori spesso lasciati soli, strutture tecniche fragili, responsabilità crescenti e comunità
sempre più ridotte. È il problema nel problema. Alla crisi economica e sociale si aggiunge infatti una crisi della
rappresentanza territoriale. Quando un territorio perde popolazione, lavoro e servizi, rischia progressivamente di perdere anche la propria capacità di governo democratico. Le istituzioni locali si indeboliscono, la partecipazione si riduce, la distanza tra cittadini e decisioni pubbliche aumenta.
Per questo la questione delle aree interne non può essere trattata come un tema marginale di sviluppo locale. È una questione che riguarda direttamente la qualità della democrazia italiana. Se vaste aree del Paese vengono
progressivamente marginalizzate, il rischio è quello di una nuova gerarchia territoriale: pochi territori forti e molte aree indebolite e dipendenti. Una società nella quale il potere si concentra sempre più in pochi centri decisionali. Una società sempre meno democratica. Sempre più vicina alla logica dei feudi che a quella della cittadinanza.






