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Aree interne: se non cambiamo ora, sarà troppo tardi. Una terza via, fuori dalla falsa scelta tra turisticizzazione povera e industrialismo

Di Franco Fiordellisi

Le aree interne della Campania, ma anche il Sud, non possono più essere considerate una periferia residuale delle politiche regionali. Sono, al contrario, uno snodo decisivo per il riequilibrio territoriale del Mezzogiorno e del Paese.
Voglio richiamare con forza la necessità di costruire politiche regionali fondate su governance multilivello, partecipazione delle comunità, capacità amministrativa e assistenza tecnica ai Comuni, in piena coerenza con quanto affermato dal Presidente Roberto Fico sulla centralità delle aree interne e sul ruolo della Regione Campania come soggetto programmatorio e coordinatore, con valorizzazione di una programmazione dei fondi UE in raccordo tra le istituzioni per non lasciare indietro nessun.
È positiva, in questo quadro, ogni iniziativa che rafforzi il confronto stabile tra istituzioni locali, Regione, Stato e Unione europea, come ribadito dallo stesso Presidente Fico anche nel recente confronto ad atreju su fondi europei .
Dopo la campagna elettorale, nelle aree interne irpine stanno esplodendo tensioni che avevamo denunciato da anni. La crisi idrica (assurda), la fragilità del ciclo integrato dei rifiuti, le criticità della mobilità e sanità, la moltiplicazione di progetti eolici, l’assenza di pianificazione condivisa, la vicenda dell’ex Arcelor Mittal e altri insediamenti industriali stanno generando conflitti tra Comuni e tra cittadini; così come tutte le difficoltà e ritardi su vari assi viari come l’Avellino-Salerno ma anche la vicenda Montevergine e lo scarso utilizzo della funicolare.
È il copione già visto: lavoro contro ambiente, salario contro salute, sviluppo contro coesione sociale. Senza pianificazione territoriale, senza assistenza tecnica ai Comuni e senza legalità come infrastruttura della decisione pubblica, ogni progetto diventa una guerra tra comunità o amministrazioni.
In questo vuoto tornano proposte distorsive, come l’abolizione dell’IMU sugli immobili improduttivi di non residenti: misure che trasferiscono risorse pubbliche a rendite private, incentivano consumo di suolo e indeboliscono ulteriormente i bilanci comunali.
I grandi rapporti nazionali di fine anno convergono su un punto chiaro: Mezzogiorno e aree interne stanno perdendo futuro.
Il CNEL certifica la perdita netta di giovani qualificati; la Svimez dimostra che l’emigrazione pesa più del PIL perso; il Censis parla di lavoro povero, precarietà e disillusione sociale. I dati su PNRR e crisi idrica mostrano amministrazioni fragili, ritardi e carenza strutturale di capacità tecnica.
Tutto questo lo viviamo quotidianamente in Irpinia e nella Campania interna: denatalità, comuni svuotati, perdita di competenze, fuga dei giovani. Troppo spesso il ripopolamento viene ridotto a retorica turistica o agricola. Ma un agriturismo finanziato con fondi PAC non costruisce futuro senza filiere produttive sane, servizi, welfare e infrastrutture.
Anni fa, con il lavoro su Produrre Salute, sulla Stazione Hirpinia e sul Polo logistico dell’Ufita, avevamo indicato un’alternativa: una terza via rigenerativa, fuori dalla falsa scelta tra turisticizzazione povera e industrialismo nocivo.
Questa via deve oggi diventare la bussola della nuova Campania: pianificazione territoriale seria e integrata; valutazioni ambientali credibili e tutela della biodiversità; rigenerazione delle aree dismesse prima di nuovo consumo di suolo; transizione energetica fondata su comunità energetiche con ritorni sociali reali; legalità come infrastruttura territoriale, con assistenza tecnica ai Comuni e governance unitaria.
Per rendere tutto questo possibile servono politiche regionali chiare e un dialogo permanente tra Regione, comunità territoriali, associazioni, sindacati, imprese e mondo della ricerca.
Se non costruiamo questa terza via continueremo a oscillare tra turismo che gentrifica, industria che divide e rendita immobiliare premiata a spese dei cittadini.
Le tensioni locali, la crisi dei municipi, l’autonomia differenziata, la precarietà del personale PNRR e la riduzione delle risorse agli enti locali sono segnali che avevamo previsto. Il dato è ormai evidente: senza giovani, senza lavoro di qualità e senza attrattività territoriale non c’è futuro.
Le aree interne non chiedono elemosine fiscali o fabbriche senza regole, ma dignità progettuale, potere amministrativo, legalità forte e lavoro buono. E una politica che dica la verità: non esiste sviluppo senza responsabilità, comunità senza legalità, futuro senza visione condivisa e opportunità per le nuove generazioni.
Il tempo dell’attesa è finito. Lo spopolamento corre, la fragilità demografica colpisce servizi essenziali come sanità, istruzione 0-3 e mobilità, e scoraggia investimenti produttivi. A questo si aggiungono le criticità della recente impostazione SNAI/PSNAI e il rischio permanente dell’autonomia differenziata, che continua a penalizzare territori già fragili.
Con il nuovo governo regionale vogliamo ragionare e agire. Condividiamo l’impostazione del Presidente Fico sulle aree interne e ribadiamo con chiarezza: o cambiamo ora, oppure altri sceglieranno per noi, svuotando questi territori di giovani, competenze e futuro.

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