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Bennato canta i Sud del mondo e rende omaggio all’Irpinia, al Gesualdo un viaggio suggestivo tra memoria e tradizioni

Canta i Sud del mondo, come simbolo di chi non smette di combattere per i diritti,  troppo spesso tradito o discriminato, Eugenio Bennato nel suo concerto al Gesualdo “Musiche dal mondo” che si fa omaggio alla vita, alla fratellanza e alla bellezza. Un concerto salutato dal tutto esaurito, inserito nella rassegna “Avellino cultura in città”, promossa dall’amministrazione comunale. I suoi ritmi, in cui entrano con forza le sonorità del Mediterraneo, dall’Irpinia alla Calabria fino all’Africa, raccontano gli sconfitti, i dimenticati, a partire da quei briganti, a lui così cari, a cui ha voluto restituire dignità e un ruolo nella storia, da Angelina Romano, uccisa a 9 anni a Castellammare del Golfo perchè accusata di brigantaggio a Ninco Nanco che era il terrore di tutti e che “se parlasse direbbe qualcosa di meridionale” fino alle streghe” che per fortuna esistono”. Eugenio, accompagnato sai suoi bravissimi musicisti, Ezio Lambiase alla chitarra classica ed elettrica, Mujura alla chitarra acustica, Sonia Totaro, interprete e custode della Tarantella del Gargano,  non smette di cantare “Viva chi non conta niente”, in direzione ostinata e contraria, in difesa di chi combatte o è vittima dei giochi di potere, da “Brigante se more” a “Grande Sud” e “Che Mediterraneo sia” fino a Mongiana”, dedicato a un paese calabrese di appena 655 abitanti la cui storia come uno dei più grandi poli siderurgici d’Italia è racchiusa in un piccolo museo oggi dimenticato. Ricorda che “l’Unità è stata una conquista ma si poteva fare meglio” senza abbandonare al suo destino il Mezzogiorno, ponendo le basi di quella questione meridionale che ancora oggi appare irrisolta. Rende omaggio ai gruppi popolari d’Irpinia, a partire da Montemarano e dalla sua tarantella ricordando che “Montemarano è un popolo” ma ricorda anche il ragazzo del Camerun che gli aveva chiesto di tradurre in musica la sua storia. Ed è un’ovazione a salutarlo al termine dello spettacolo, capace di celebrare le contaminazioni, l’incontro tra tradizioni, linguaggi, dal francese all’arabo, popoli e dunque il sogno della pace.

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Floriana Guerriero

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