di Antonio Polidoro
Venti anni fa tornava alla Casa del Padre il vescovo Antonio Forte, tra i Pastori più amati nella storia della Diocesi di Avellino. Tumulato a Nocera Inferiore, “torno’ ” nella Cripta della Cattedrale in forza della volontà del Vescovo di raccogliere le spoglie dei predecessori in uno spazio dedicato. Un delicato, quanto splendido, momento di tenerezza di Monsignor Aiello verso gli ultimi presuli titolari della Cattedra di San Modestino. Nel giorno del ventesimo anniversario del “transito” una messa sarà celebrata in Cattedrale.
Monsignor Forte, nato a Polla nel 1928 , trasferito, come Gioacchino Pedicini e Pasquale Venezia, dalla sede di Ariano, conquistò immediatamente il cuore degli avellinesi e dei fedeli della Diocesi, incontrando chiunque bussasse alla sua porta, praticando ( nella concretezza degli atti) la povertà, mettendo in campo una straordinaria, naturale capacità di dialogo.
Di robusto spessore la sua preparazione culturale , accuratamente “nascosta” in forza di un francescano senso di umiltà che lo portava non di rado ad usare il dialetto nello sforzo (peraltro di grande rilevanza pastorale ) di risultare sempre e completamente “intellegibile”; ma , come si diceva un tempo, “la classe non è acqua” : dagli spunti , sempre toccanti , ma anche originali e teologicamente significativi, che si coglievano nelle sue omelie si avvertiva il notevole sustrato di studi profondi, frutto, oltre che dei “gradi accademici”, delle buone letture che lo hanno sempre accompagnato.
Fu uomo di preghiera. “…Trascorreva ore di preghiera, di notte, approfittando dell’insonnia, e di giorno ; tutte le decisioni, specialmente quelle sulle persone, erano supportate dal dialogo illuminante con Dio” , come scrisse Monsignor Antonio Dente , suo vicario generale.
Nella sua cifra pastorale il Concilio fu autentica stella polare, una prospettiva pastorale che si coglie costantemente nel continuo “richiamo a rendere il Concilio, come scrive ancora Dente, pienamente attualizzato ; il suo impegno era di vedere, almeno abbozzata, nelle nostre comunità la Chiesa conciliare…..tutto il discorso pastorale del vescovo era ancorato non solo alla lettera del Concilio ma anche allo spirito, di cui erano chiaramente impregnati la sua mente ed il suo cuore…..”
Una caratteristica di non trascurabile rilievo della cifra pastorale del vescovo Forte fu la collegialità nelle decisioni, nella grandi e nelle piccole scelte, il rispetto dei suoi sacerdoti che amava consultare ed ascoltare.
“Lo spirito che assiste nelle decisioni, ebbe a scrivere, lascia all’umano l’informazione, perciò prima di decidere è necessario chiedere informazioni sia formali che informali a quante più persone possibile …. I presbiteri , in particolare, debbono perseguire questa cultura perché da acquisizione teologica, da patrimonio teologico possa diventare espressione concreta dell’agire della Chiesa”
Ai sui sacerdoti raccomandava di “attendere al loro ministero con lo sguardo sempre alzato verso gli orizzonti della Diocesi e della Chiesa universale e non coperto dall’ombra del proprio campanile ….”.
Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere padre Antonio Forte anche attraverso le parole e i giudizi di Padre Pio Falcolini, indimenticato protagonista della vita spirituale e culturale della città, un uomo di robusta cultura e di grande dimensione umana al centro o, se si preferisce, vittima,
della non benevola “attenzione” della “ classe di benpensanti” che ammorba da sempre le nostre comunità.
Pio, che di Forte era compagno di studi, amico ed ammiratore, faceva spesso notare, nel corso delle frequenti visite agli splendidi conventi della Provincia salernitana dei Minori, la grande intelligenza del confratello e il rigore dei suoi studi e concludeva immancabilmente, e ricorrendo ad un impagabile , efficacissimo uso del dialetto : “Che bella capo Antonio….”
Bella testa e grande cuore, occorre immediatamente aggiungere.
E gli esempi di una sensibilità grande quanto la grazia di Dio sono tanti.
E’ bello ed opportuno sottolineare l’attenzione che ha sempre dedicato all’azione missionaria della sua Provincia ( oggi affidata nelle mani sicure di Padre Giuseppe Iandiorio, figlio della comunità di Arcella, frate molto caro a Forte fin dai tempi del noviziato).
Frequenti i viaggi nelle terre lontane in cui operavano i confratelli anche quando era vescovo ad Ariano come testimonia un ricordo dell’indimenticato Don Donato Minelli : “ Dovunque s’è fatto promotore della missionarietà, che non deve essere intesa soltanto come forma di solidarietà verso il prossimo, precaria o per un tempo di emergenza, quanto dono totale e continuo di ciò che siamo e di ciò che abbiamo, in autentico atteggiamento di promozione umana e spirituale.”
Tornava entusiasta ed edificato.
Alfonsina Medici D’Amico e Carmelo Medici, tra le righe di un intenso ricordo del vescovo ,pubblicato in occasione della morte del presule ,raccontano come, di ritorno di una visita ad una missione in Africa, dopo essersi soffermato sulla povera realtà con cui era stato a contatto, così antitetica alla nostra società dei consumi, aggiunse : “Sapete, ho visto due enormi bracci di fiume che sfociavano nel mare, ognuno con un proprio percorso, ma ambedue andavano nella stessa direzione e, anche nel mare, continuavano a distinguersi per un buon tratto per il colore scuro delle loro acque.
Ho pensato a voi due, che pur facendo percorsi diversi, confluite verso obiettivi comuni…..mettetevi in posizione di ascolto, c’è sempre Dio che vi ama alle vostre spalle, lasciatevi guidare da lui, senza fargli resistenza …..Quando andate ad Assisi fermatevi nella Basilica inferiore e guardate in sù verso la vela dell’Obbedienza. Vedrete Francesco, imbracato al modo dei bimbi che imparano ma camminare, guidato da due mani, quelle di Dio che, dirigendone agevolmente i passi, gli fanno appena sfiorare la terra coi piedi.
E’ la grossa cifra pastorale del vescovo della gente , atteso nelle sue visite nei nostri paesi da anziani ma anche da giovani che non vedevano l’ora di sentirsi al centro dell’attenzione del vescovo attraverso quel “ Uè cavaliè….” che riservava a tutti, senza distinzione di età o ruolo nella società.
Una trasposizione di quel “Todos caballeros” che nella civiltà spagnola acquista una leggera tinta polemica ma che nel grande cuore di Monsignor Forte diventava una fresca ed efficace riproposizione della evangelica eguaglianza dinanzi a Dio. Che è, poi, il sale del cristianesimo.


