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Intanto buon Natale. Nel calore delle famiglie che spero si ritrovino unite nel raccontare e raccontarsi. In particolare in questo nostro Mezzogiorno che continua a conoscere uno spopolamento che rende il territorio deserto di anime. Da questo punto di vista il Natale assume il significato della ricongiungimento. Figli che lavorando al nord o all’estero tornano alle radici per un breve periodo da vivere con gli affetti più cari.

Se dovessimo tracciare un bilancio dell’anno che si avvia verso la fine dovremmo dire che gli eventi che lo hanno caratterizzato hanno prodotto in ciascuno di noi ansia, angoscia, incertezza sul futuro. Non che siano mancati momenti di tranquillità, ma sono stati davvero pochi e, comunque, sempre condizionati da fatti inquietanti vicino o lontano da noi.

Il pianeta è attraversato da conflitti che, sia pure in misura diversa e con specifiche motivazioni, fanno temere il peggio. Pezzi di guerre infiammano il mondo. In Ucraina, come in Medio Oriente, come in molti Stati Africani. Migliaia di giovani, donne bambini perdono la vita in una escalation di atrocità, disumanità, mostruosità mai viste. Si moltiplicano gli appelli per la pace – anche se ancora troppi deboli e inefficaci – e, tuttavia, non si ferma l’ignobile enorme mercato degli armamenti che ingrassa i produttori di morte. Torna in molte realtà a sventolare la bandiera del terrorismo come strategia per nuovi conflitti.

Per restare in casa nostra c’era chi sperava che il Governo Meloni, al di là della novità di una prima donna a guidare il Paese, potesse garantire almeno un po’ di stabilità e serenità di percorso. Ecco invece che si ripete il già visto con forti tensioni nella stessa maggioranza ed una opposizione che incalza duramente sulle scelte discutibili soprattutto nell’ambito europeo. La recente bocciatura del Mes isola l’Italia dal contesto europeo e rende fragile la stessa collocazione italiana nell’ambito internazionale.

Per tornare al Mezzogiorno la stessa manovra finanziaria, che sta per essere approvata con il voto di fiducia, contiene imperdonabili dimenticanze. Il Sud è poco presente: le risorse ad esso destinate fanno riferimento alla Zes (Zone economiche speciali) il cui destino è ancora tutto da scrivere. Intanto i commissari sono stati revocati e le Zes rimangono senza governance. E mentre avanza con temuta inesorabilità la richiesta di una legge sull’autonomia regionale differenziata che penalizza il sud, l’Istat dà conto del fallimento della politica meridionalista semmai ci sia stata. Nel 2022 i dati Istat dimostrano come il paese sia spaccato sempre più.

In poche parole mentre al Nord ogni abitante può contare su un reddito annuo di 40.900 euro, nel sud la cifra si attesta su 21.700. Perché questo arretramento sempre più forte del Sud rispetto al Nord? Molte sono le cause di questo insopportabile gap. Anzitutto il ruolo svolto dalle Regioni meridionali. Esse operano slegate, ciascuna per proprio conto, senza mettere in pratica o almeno ricercare quella necessaria solidarietà e “rete” capace di costruire il consenso sulla realizzazione di opere infrastrutturali di cui ha grande fame il Mezzogiorno. Non solo. Altro problema – forse il più antico e grande di tutti – è il ruolo minimale svolto dalla classe dirigente amministrativa e prima ancora politica meridionale con la sua manifestata incapacità di utilizzo delle risorse europee. Assenza di progetti reali a lungo termine, una politica stretta nella morsa del clientelismo e del trasformismo tarpano le ali ad ogni speranza di rinascita. Restano gli slogan come il Piano Mattei per le risorse energetiche, ma anche su questo i tempi si allungano.

In tale scenario, niente affatto tranquillizzante, si ritorna alle tradizioni con legittimo desiderio di partecipazione agli antichi riti e a momenti di serena spensieratezza. Ciò che serve per augurare, nonostante tutto, un sincero buon Natale.

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Gianni Festa

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