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Catalogna: la secessione non è un diritto 

Dopo il risultato poco esaltante delle elezioni in Germania, nuove nubi si addensano sull’Europa. Pochi si sono accorti della gravità dello scontro istituzionale fra il Governo spagnolo e la Comunità autonoma di Catalogna incentrato sul progetto di indipendenza della Regione Catalana, che dovrebbe essere sancito dal referendum in programma per domenica prossima.
L’attenzione dei media si è concentrata sulle proteste e sulla mobilitazione popolare a Barcellona contro gli arresti di funzionari ed esponenti del governo catalano, il sequestro delle schede elettorali e le altre misure repressive adottate dall’autorità giudiziaria e dal governo spagnolo per impedire che si svolga il referendum, indetto da una legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre scorso ed immediatamente sospesa dal Tribunale costituzionale per la sua evidente incostituzionalità. Addirittura alcuni commentatori si sono strappate le vesti denunziando come autoritario e repressivo l’intervento del governo spagnolo in questa vicenda ed invocando un preteso diritto di autodeterminazione del popolo catalano.
Allora è bene chiarire che non esiste alcun diritto di autodeterminazione da far valere. Il popolo catalano non è soggetto ad una dominazione coloniale, né ad occupazione militare da parte di una Potenza straniera. Il popolo catalano, come il popolo basco e gli altri popoli che compongono lo Stato spagnolo, l’autodeterminazione l’ha esercitata uscendo da franchismo e dotandosi di una Costituzione democratica approvata il 6 dicembre 1978. Come nella Costituzione italiana, anche in quella spagnola fra i principi fondamentali vi è quello dell’indivisibilità della Nazione. Secondo l’art. 2: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”.
Il Parlamento della Comunità autonoma di Catalogna, approvando una legge sul referendum ed un’altra sulla transizione verso l’indipendenza, ha compiuto un atto eversivo ribellandosi alla Costituzione. Come avremmo reagito in Italia se una Regione a statuto speciale avesse votato una legge per realizzare la propria indipendenza dall’Italia? Probabilmente il Governo Rajoi ha commesso un gravissimo errore agendo per impedire d’autorità la consultazione popolare, in quanto il referendum, essendo illegale, non poteva produrre alcun effetto giuridico, certamente non avrebbe prodotto l’indipendenza della Catalogna. In realtà questa drammatizzazione del conflitto può essere foriera di sviluppi imprevedibili in un paese che per oltre trent’anni si è dovuto confrontare con il terrorismo nascente dall’indipendentismo dei paesi baschi. Sullo sfondo c’è l’esperienza delle secessioni che hanno portato allo smembramento della ex Jugoslavia attraverso conflitti sanguinosi ed assurdi. Puntare sulla rottura di un sistema di convivenza è un calcolo miope e vile di una politica che ha smarrito l’anima. Noi non abbiamo bisogno di altri mini-Stati, né di nuove frontiere o di nuovi muri. Lungi dall’esprimere solidarietà ai nazionalisti catalani, dobbiamo batterci perché la politica acquisti di nuovo la capacità di indicare un orizzonte nel quale una comunità possa riconoscersi e rinsaldare i propri legami di solidarietà nella dimensione della speranza.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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