“Operaio di versi/pellegrino di lungo viaggio/con scarpe senza fondo/conservo mani d’inchiostro”. E’ la definizione che sceglie per sè Giuseppe Iuliano nella sua raccolta in lingua rumena “C’è silenzio ai paesi/E tacere peste sate”, pubblicata da Cosmopoli edizioni che conferma la forza della lingua poetica di Iuliano, capace di superare i confini nazionali. Una raccolta che è il racconto di un universo segnato da inquietudine e desolazione, abbandono e solitudine, in cui spazio interiore e realtà esterna sembrano fondersi “Altro cielo non c’è/su questa faccia di terra/morta agli anni e di noia/bianchiccia di polvere di strada e cenere di fuoco”. Impossibile non pensare alla condizione di abbandono in cui vivono le aree interne, ai piccoli paesi sempre più feriti da spopolamento e mancanza di prospettive future. “La mia casa ha fessure ai muri/che leggono giorno e buio/e squarci d’intonaco/gronda che spiove con fianchi/di coppi e fermi di pietre,/custode di storie strane o minute…Qui – ricorda Iuliano -ognuno parla di figli senza lavoro/sentinelle al bar di veglie permanenti/vittime di malefica razza padrona/partecipe di un sortilegio invisibile”.
Sofferenza e indignazione sembrano camminare insieme. Non è possibile non ascoltare il grido profondo di una terra che si nutre di “unghie spezzate e sudore antico” “Noi siamo i testimoni credibili/del grido profondo della terra/che si torce/si strozza/e trascina sgomenta nelle tenebre/il dolore che dispera”. Quella del Sud è una Passione senza fine “Sudari e requiem di Stato/interrano gli uomini/e le loro sventure/per nuove settimane di Passione/in Pasque di sangue/smemori di penitenze aggiuntive”. Per ribadire che “L’Irpinia è chiusa, prigioniera/nel recinto di precarietà/come gregge allo stallo/chiude l’ospedale/e nessuno sdegnato se ne cura/perchè qui la vita è asilo/di morti anzitempo/Serra la fabbrica/dopo altre ciminiere senza fumo…Anche la chiesa ha banchi vuoti/fiori secchi e l’organo muto/Ai funerali si contano gli ultimi/grinzosi recidivi resistenti”. Continuamente ritorna nei suoi versi l’immagine del sortilegio che sembra ferire a morte i paesi con un’aria “malefica”. O ancora “E’ una cantilena smorta/nenia di voce arrochita-eco di cento vicoli/che vuole il vecchio suicida e i giovani disertori”. Eppure la natura può essere alleata in questa guerra senza fine “Al vento chiedo frusta di giustizia/ su questa terra spremuta offesa/vuota d’umanitò/serva/di profezia di nessun verbo/erba voglio di legge su misura…Al vento, che spezza spazza trascina/ insemina le zolle e cielo e mare rasserena/cerco asilo e somiglianza”
E non sembra esserci differenza tra voci dei monti e del mare, poichè l’unica strada continua ad essere la fuga, in una costante osmosi tra i territori e gli uomini e le donne che le abitano “Guardiamo la terra/facce di pietra/ossute smorte di collera/sfingi di pazienza/confinate nel ventre dell’indifferenza/Guardiamo il mare/facce clandestine/profughe di Sud e d’Oriente/bronzate di pelle e sole/giunte nere dall’inferno/per orticaria di razza”. E’ il sole stesso ad essere tortura, così come le notti appaiono senza tempo. Dopo i contadini del Sud, sono i clandestini, i profughi a chiedere aiuto e ad essere inascoltati dalla stessa Provvidenza. Anche per loro la terra promessa finisce per essere “vanità di natura/vetrina proibita al misero soldo”. Con il Mediterraneo che diventa nuovo mercato degli schiavi “assommi odi e gemiti di popoli/isole alla deriva/clandestini vittime sacrificali/subbuglio di rivoluzioni in ritardo/carovane di miserie”. Il dolore è innanzitutto per i figli a cui è negata ogni certezza di liberazione “I nostri figli nella morsa della crisi/hanno valigie di rifiuto/ai consigli, alla pazienza/alle morte parole/ai focolari spenti”. Nè la politica può rappresentare una strada per cambiare la realtà “madre estranea assente/oggi domestica di lupanare” Mentre la coscienza dorme e gli spaventapasseri sono “ultime sentinelle stanche di sole e luna”. E se “la fede antica è tornanza, restanza, resistenza” Iuliano continua a rivendicare il suo essere “figlio della terra reso confesso/di eresie, fallimenti, bocciature ma nessuno mi chiama disertore”
Eppure, è ancora possibile immaginare una salvezza che arriva dal rifiuto di qualsiasi forma di indifferenza “Tra gente che corre distratta/è ancora salvezza/un granello di idea/una scheggia che sfavilla e infiamma la notte/un’unghia spezzata che graffia l’indifferenza/una spina che s’incara /e ricuce il dolore”. Una salvezza che richiama quella cristiana “La tua parola promessa/regno possibile di un mondo/fraterno sognante utopie/invoca l’amore samaritano/oggi malato di cifre di profitto”. E non è poi così distante dall’anima di questi luoghi “Sui monti terra di eremi e reliquie/gente di remota reciprocità cuce bisogni/netta ferite/conserva all’ospitalità dell’uscio/pane e minestra di antica accoglienza”. Così “Il grano – semina al buio – nel verde di tempe e ciocche s’ingenera, s’ammanta e la vita risorge”.
Ha ragione E Macadan nello scrivere che “Il paese irpino di Giuseppe Iuliano non è un rifugio letterario e neppure un’immagine idilliaca destinata al consumo culturale della città. E’ un territorio vivo e ferito, uno spazio morale in cui gli uomini continuano a esistere tra abbandono, fede, rovina e ostinazione a non scomparire”.Dimensione sociale e dimensione spirituale si incontrano e la crisi economica diventa una ferita metafisica: “La sua Irpinia è, in fondo, l’immagine di un Occidente marginalizzato, invecchiato, precario, abbandonato alle proprie rovine. Eppure dentro questo mondo minacciato continuano ad apparire segni di vita: un filo d’incanto, un pezzo di pane, un aquilino, un cane randagio, una campana, un vento di fronda. Frammenti minimi ma sufficienti a impedire la scomparsa totale”.


