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Cennamo e la sinistra ieri, oggi e domani

Di Rosa Bianco

L’intervista di Marco Demarco ad Aldo Cennamo, pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno in occasione degli ottant’anni del politico napoletano, è una vera e propria chiave di lettura della storia recente della sinistra italiana. Attraverso le domande e le risposte, si compone un racconto che è insieme memoria personale, analisi politica e riflessione civile sul senso stesso dell’impegno pubblico.

Aldo Cennamo rappresenta una pagina significativa della storia politica napoletana e nazionale dell’ultimo mezzo secolo. Nato e cresciuto a Ponticelli, figlio di una famiglia profondamente segnata dall’antifascismo e dalla cultura comunista, egli attraversa da protagonista le trasformazioni del Partito Comunista Italiano e delle sinistre che ne sono derivate. La sua traiettoria politica prende forma nella Napoli degli anni Settanta, come segretario di sezione, per poi proseguire come assessore comunale nelle giunte guidate da Maurizio Valenzi, con deleghe che spaziano dalla cultura al decentramento amministrativo, fino all’esperienza parlamentare, dal 1994 al 2006, come deputato eletto nei collegi del territorio e sempre fortemente legato alla dimensione locale. Dopo la fine del PCI, Cennamo accompagna il percorso post-comunista fino al Partito Democratico.

La sua biografia incarna una tensione costante tra idealità e responsabilità amministrativa. Comunista di lungo corso, Cennamo ha tradotto l’impegno politico in riforme concrete: dalla riorganizzazione dei servizi anagrafici alla modernizzazione della macchina comunale, dalla lotta alle inefficienze burocratiche alla difesa del patrimonio architettonico minore. In questo intreccio tra visione e pratica risiede una concezione della politica come lavoro quotidiano, come governo dei dettagli, lontana tanto dall’astrazione ideologica quanto dall’improvvisazione.

L’intervista di Demarco accompagna questo percorso seguendo una traiettoria che va dalle radici nel PCI alla crisi della politica contemporanea. Quando Cennamo riflette sulla propria identificazione come “PCI napoletano”, rifiuta ogni semplificazione identitaria, pur riconoscendosi nei valori etici e politici di Enrico Berlinguer. In questa presa di distanza emerge una lezione fondamentale: la grandezza di un’esperienza storica non si misura nella riduzione a un solo simbolo o a un unico leader, ma nella pluralità di percorsi, di culture e di figure che ne hanno costituito la trama, fino alle tante esperienze di base che hanno dato corpo a una politica popolare e radicata.

Il racconto delle origini familiari rafforza questa visione. Il padre partigiano, la madre sospesa tra fede religiosa e impegno civile, la Casa del Popolo come luogo di socialità e formazione politica restituiscono un’immagine della politica come parte integrante della vita quotidiana. Per Cennamo, la politica non è mai stata una professione astratta o una carriera individuale, ma un fatto comunitario, un esercizio di responsabilità condivisa, profondamente radicato nei luoghi e nelle relazioni.

Le domande dedicate all’esperienza amministrativa nelle giunte Valenzi rivelano una concezione pragmatica e insieme alta del governo locale. Fare la sinistra, in quella stagione, significava governare, non limitarsi all’opposizione o alla testimonianza. Valenzi viene descritto come un sindaco capace di coniugare respiro internazionale e attenzione ai giovani amministratori, di tenere insieme visione e concretezza, pur in un contesto segnato da conflitti politici e personali, come quello con Andrea Geremicca. È in questo clima che Cennamo matura l’idea che la rivoluzione, se vuole essere tale, deve passare attraverso l’innovazione amministrativa: ridurre le code, semplificare le procedure, introdurre strumenti di modernizzazione, contrastare le distorsioni burocratiche. Una sinistra che non fugge la complessità del governo, ma la assume come terreno decisivo del cambiamento.

Il passaggio al Parlamento segna per Cennamo il tentativo di mantenere un equilibrio tra radicamento territoriale e visione nazionale. Tuttavia, già in quella fase emergono i segni di una trasformazione profonda e problematica: la personalizzazione della politica, l’indebolimento dei partiti come comunità collettive, la progressiva riduzione della rappresentanza a somma di carriere individuali. È su questa base che si fonda la sua critica più dura al presente, quando definisce il Partito Democratico un soggetto ormai “familistico-clientelare”. Non si tratta di un giudizio emotivo o nostalgico, ma di una diagnosi fondata sull’osservazione delle dinamiche elettorali e sulla perdita della centralità del partito come luogo di elaborazione collettiva e di mediazione sociale.

Il richiamo finale a un nuovo umanesimo politico, ispirato ai pensieri lunghi di Berlinguer e Moro, ma anche alle visioni riformiste di Occhetto e Veltroni, non assume i toni del ritorno al passato. Al contrario, è un invito a recuperare profondità culturale e morale, a sottrarsi alla dittatura del consenso immediato e della tattica elettorale, a tornare a pensare la politica come spazio in cui l’individuo si riconosce parte di una storia comune, e non semplice portatore di interessi privati. È una posizione che affonda le radici nella migliore tradizione del pensiero politico europeo, secondo cui la democrazia vive non solo di procedure, ma di virtù civili, educazione e memoria.

In questo senso, l’intervista di Aldo Cennamo si configura come un documento di doppio valore: memoria storica priva di idealizzazioni e lezione di realismo politico. In un tempo segnato dall’atomizzazione della rappresentanza e dalla disillusione democratica, le sue parole richiamano il senso autentico dell’impegno pubblico: non il potere come fine, ma la trasformazione concreta della vita delle comunità. Riscoprire una sinistra radicata nei valori collettivi e non nelle logiche familistiche e personalistiche resta, oggi più che mai, una delle sfide decisive per chi voglia pensare seriamente il futuro della democrazia.

 

 

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