Giovedì, 3 Settembre 2026
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Le acque del centrosinistra continuano ad essere agitate dai marosi. Rivalità. Rancori. Mancanza di una visione comune. E ora anche l’impellenza degli interessi elettorali di schiere di parlamentari uscenti alla ricerca disperata di ricandidatura. Tutti fattori che rendono difficilissima qualunque operazione di ricerca di alleanze attraverso vere coalizioni. E forse anche quelle di una coesistenza non spinta alle estreme conseguenze. Attraverso le desistenze. Il mercato delle intese appare fiacco. Qualcosa si è mosso, ma troppo poco per parlare di campi larghi.

Il Pd non è riuscito a tessere alleanze con forze di misura e di consistenza tali da poter far parlare di una vera coalizione plurale. Almeno finora. Qualche volta, infatti, negli ultimi giorni sono possibili, almeno teoricamente, riavvicinamenti impensabili. Allo stato, la galassia intorno al Pd dovrebbe chiamarsi “Insieme”. E contenere nel simbolo anche qualche fogliolina di ulivo, sbiadito richiamo a stagioni di ben altre fioriture! Essa – che potrà contare sull’appoggio dichiarato dei socialisti di Nencini, dei Verdi di Bonelli, di qualche ex SeL (Stefàno) e forse dei radicali – appare ben lontana dalle proporzioni necessarie per assicurarsi la vittoria elettorale E per aggiungere quantità significative di voti, visto che il loro apporto è stimato nei sondaggi dall’uno al due per cento. La loro adesione, ostentata dagli ambienti renziani, appare più una forma (difficilmente) compensativa, sul piano della comunicazione politica, delle tante mancate alleanze che non un fattore capace davvero di spostare gli equilibri elettorali.

Anche l’allampanato “camminatore” Fassino si é arreso senza grandi risultati. Neppure sul fronte di Pisapia, protagonista di una controversa ritirata ma sempre ricercatissimo dalla leadership renziana come fiore all’occhiello per smentire le accuse di arroccamento da parte di Bersani e Speranza. E come medaglia alla capacità di aggregazione del Pd a fronte dell’intestardimento traditore e scissionista di Mdp. Quest’ultimo, intanto, viene segnalato dai sondaggi come una forza capace di segnare il campo di una nuova sinistra e il suo leader designato/acclamato ma non eletto rappresenta un valore aggiunto.

Ora occorrerà verificare innanzitutto la tenuta elettorale della nuova formazione. E, insieme, anche la compatibilità effettiva di una figura con le caratteristiche personali e poltiche di Grasso con le sensibilità interne di Liberi e Uguali. Alcuni, infatti, temono che la sua origine di magistrato possa facilitare una deriva giustizialista del nuovo raggruppamento, compromettendone le possibilità.

Sul fronte del Pd, i sondaggi evidenziano crudamente una ormai progressiva perdita di consensi. Essa non appare destinata ad arrestarsi, considerato l’impatto della questione banche e la mancanza di adeguate iniziative politiche. Anzi, da parte di alcuni possibili alleati soprattutto centristi, si parla ora apertamente di un “problema Renzi” come fattore condizionante per il raggiungimento di possibili intese. Si imputerebbe al leader Pd, nonostante dichiari il contrario, di essere eccessivamente pressato dal suo interesse politico a tornare a qualunque costo (anche di alleanze con il centrodestra) a palazzo Chigi.

E perciò la responsabilità del fallimento delle diverse formule di coalizioni ampie e plurali. Incombe poi il rebus candidature, che nel Pd sarà particolarmente sanguinoso, per almeno due motivi. La perdita del surplus di eletti dovuto al premio elettorale di cui poté godere il pd di Bersani. E la volontà di Renzi di trincerarsi in Parlamento con i suoi fedelissimi, assicurando ai suoi oppositori interni il minimo sindacale di rappresentanza. Una operazione che potrebbe far deflagrare il partito. E, tuttavia, rappresentare forse per il segretario la futura base politica per cambiare, dopo le elezioni, natura e nome a un Pd dalle impegnative radici storiche divenute ormai troppo ingombranti!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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