di Virgilio Iandiorio
Le campagne elettorali degli anni Sessanta e Settanta a confronto di quelle che stiamo vivendo sembrano imprese da poemi epici. Forse la voglia di cambiamento va cedendo sempre più il posto alla rassegnazione, che annulla ogni entusiasmo.
I volti dei candidati sono un poco dappertutto; e chi più ha spazio, più fa grande il manifesto da affiggere. E chi non può permettersi intere facciate di palazzi, deve accontentarsi di una locandina.
Una volta i partiti facevano uso anche del linguaggio dei fiori. Tutti ricorderanno il “garofano”, la “rosa nel pugno” o il “bianco fiore”; anche “l’edera”, che non è un fiore, rendeva bene il concetto di rimanere sempre abbarbicato. Oggi niente di tutto questo, in ossequio ad un efficientismo e ad una concretezza che neppure si riscontra, il linguaggio elettorale è diventato persino volgare. Se si pensa poi da quali pulpiti vengano le prediche!
I fiori parlano un linguaggio antico quanto il mondo. Prendiamo le viole, che si fanno notare ancor prima di essere viste, per il loro profumo inconfondibile. Il mito vuole che questo fiore sia nato dal sangue di Attis, che in un raptus di follia si evirò. Dal suo sangue spuntarono le viole. A Roma si festeggiava Attis il 22 marzo ed in suo onore veniva portato in processione un tronco di pino ornato di viole. E’ il fiore che rappresenta l’umiltà e la modestia.
Il narciso presenta una coppa centrale a trombetta circondata da una corona di petali nei cromatismi del bianco, del giallo e dell’arancio. Il narciso è sinonimo di eccessiva autostima, esagerata vanità e incapacità di amare. Il mito racconta di Narciso, bellissimo giovanetto, indifferente ad ogni attenzione e profferta amorosa. Un giorno vedendo la propria immagine riflessa nelle acque di una fonte, se ne innamorò perdutamente, struggendosi a tal punto da trasformarsi nel fiore che porta il suo nome. Naturalmente il mito ha diverse varianti; ma la radice del nome Narciso richiama parole greche come nàrke, nàrkesis che indicano il torpore e l’irrigidimento dei corpi, con evidente richiamo al mondo dei morti.
Fiorisce precocemente la mimosa, albero sempreverde giunto dal continente australiano da un paio di secoli, che si è ottimamente ambientato nelle zone temperate d’Europa e specialmente in Italia, dove è diventato il fiore simbolo della festa della donna. Nel linguaggio dei fiori la mimosa è simbolo della forza e della femminilità; come la donna, essa manifesta, sotto fattezze delicate e fragili, grandissima resistenza e vitalità.
Il prugnolo, speso chiamato anche biancospino, messaggero della primavera, imbianca le siepi delle nostre campagne. Il ramo di prugnolo o di biancospino era ritenuto dotato di virtù che allontanavano gli influssi nefasti. I romani erano soliti ornare con questi arbusti fioriti le porte delle case; in Grecia si ornavano gli altari per celebrare cerimonie nuziali. I suoi fiori vengono usati per propiziare la fertilità ed è per questo che vengono aggiunti ai bouquet delle spose, mentre le foglie tenute sotto il letto favoriscono il mantenimento della castità o il celibato di una persona. Se portato indosso combatte la tristezza e la depressione; posto in casa, la protegge dai fulmini, dalle tempeste e dagli spiriti maligni.
I prati delle nostre campagne sono coperti da tappeti di margherite. E’ un fiore tanto diffuso da passare quasi inosservato. Al tocco della primavera le margherite crescono spontanee un po’ dappertutto, nei prati, nelle aiuole, nei giardini, nei parchi e negli spazi verdi cittadini, lungo il ciglio delle strade.
Sfogliare la margherita, petalo dopo petalo, è come chiedere profezie d’amore. Nel linguaggio dei fiori significa semplicità e grazia, ma nell’uso popolare la margherita è adatta per risolvere dubbi e indecisioni. Questo, forse, è il fiore che più si adatta ai candidati a qualsiasi carica elettiva. Se sono nel dubbio di essere eletti, possono sempre sfogliare la margherita. Almeno avranno una risposta.



