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Gianni Festa

Tra tante incertezze che inondano la nostra mente, consegnandoci talvolta tristezza e angoscia, c’è una pagina che ci rende orgogliosi di essere italiani con una partecipazione che esplode ogni qualvolta un evento si verifica. Questa pagina la scrive lo sport. L’ultima impresa è firmata da Jannik Sinner, un ragazzo dalla faccia pulita, nato e cresciuto tra i monti innevati del nord a San Candido, che in Australia ha fatto faville conquistando il trofeo negli Australian Open di tennis. Di lui, prima che non ottenesse i primi successi, si sapeva poco, o almeno era del tutto sconosciuto a milioni di italiani che non seguono le competizioni sportive, diventandone d’improvviso esperti. Così l’eroe del momento, frastornato e in difficoltà, con quel suo sorriso accennato, diventa l’immagine copertina di tutti. Il tifoso, il politico, la casalinga, l’intellettuale, l’operaio ne rincorrono con emozione il successo, costruendo leggende metropolitane, mentre, lui, Jannik, attraversa i palazzi del potere costringendo Giulia Meloni ad alzarsi sui tacchi per un caloroso abbraccio e scambiando una stretta di mano con Sergio Mattarella. Insomma, stavolta tocca a lui. Questo ennesimo successo tutto italiano, di un Paese che per dimensione non è certo tra i più grandi del mondo, ma che emerge nelle eccellenze sportive in misura straordinaria, si presta a considerazioni di pensiero che vengono da lontano. Anzitutto il coinvolgimento di migliaia di persone. Si tratta di una partecipazione spontanea, non organizzata come avviene in particolare per le manifestazioni politiche o sindacali. Nelle migliaia di persone, che corrono nelle strutture sportive quasi fossero un presidio di libertà senza condizionamenti, si coglie il senso del proprio protagonismo nel sentirsi arbitro, giudice, commentatore, soggetto attivo nella costruzione del risultato finale della gara. C’è poi il momento del confronto che anima le discussioni, facendo diventare tutti competenti rispetto a chi ricopre davvero un ruolo di responsabilità. Le motivazioni riferite alla partecipazione possono essere le più diverse, non esclusa la possibilità di trascorrere qualche ora dimenticando i problemi che rendono amara la quotidianità. Lasciamo agli psicologi, che già hanno affrontato più volte il problema, le considerazioni sul fenomeno sport- partecipazione popolare, per affrontare, invece, l’altra faccia della medaglia che si sostanzia in ciò che rappresenta anche nello sport motivo di delusione. La stagione dell’eroe non dura per sempre. Anche nello sport talvolta si scrivono discutibili pagine che inducono ad una riflessione pessimistica. Se nella maggior parte dei casi, come ad esempio medaglie d’oro alle Olimpiadi, feste per lo scudetto di calcio, esaltazione di grandi campioni come Maradona, e altri successi vengono vissuti con straordinaria passione, non così accade quando è il “vile” danaro a far scadere dal cuore gli eroi di un tempo. Lo dimostrano i ripetuti viaggi di alcuni calciatori tra l’Italia e i paesi esteri, in particolare l’Arabia Saudita, che scelgono contratti milionari pur non facendo parte di collettivi competitivi. Allora si verifica l’autodistruzione dell’eroe. Pensate, ad esempio, a Roberto Mancini che ha abbandonato la sfida tricolore per l’ottimo malloppo garantito dagli sceicchi di Baden Baden. Sarò pure un nostalgico innamorato del tempo che fu, quando i talenti nati nelle realtà locali diventavano motivo di orgoglio per una intera comunità. Il loro attaccamento alla maglia che indossavano era difesa di una identità. Come Gigi Riva, da poco scomparso, che, richiesto a suon di milioni da importanti club (Juve di Gianni Agnelli) ha difeso lo spirito di appartenenza sarda fino alla morte. Oggi chi più vuole, più spende andando a prendere il meglio laddove è disponibile a suon di miliardi. Resta il tifo scatenato che è sempre più un miscuglio di violenza e pretenziosità. Per lo sport, come per altro, tutto questo è il segno dei tempi in cui la moralità è tradita dal portafoglio che avanza. Resta l’impresa di Sinner e dell’orgoglio di un popolo che plaude ad un moderno eroe.

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