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Dico subito ciò che provo in queste ore: sconcerto, amarezza, delusione. Non mi era mai capitato di osservare, pur avendo ricoperto ruoli di notevole responsabilità di cronista politico, quanto sta accadendo alla vigilia della presentazione delle liste dei candidati per il turno elettorale del 4 marzo. Certo, da sempre è esistito il cosiddetto mercato del posto in lista che ha generato nel passato spesso non poche sorprese. Ma nel passato il fenomeno era contenuto e, comunque, si consumava in una logica politica. La selezione della classe dirigente, a cui affidare il mandato di rappresentanza, avveniva con criteri forse non sempre rigorosi, ma, comunque, sempre rispettoso dell’etica, dell’impegno dimostrato da chi faceva richiesta di essere candidato, e, soprattutto, dentro il perimetro di una ineccepibile condotta morale.

Quando sento dire che per candidarsi oggi occorre, a volte, disporre di una certa somma di danaro per favorire l’inserimento nelle liste elettorali, non posso che restare sbigottito. Mi chiedo: perché esporsi anche economicamente per ricoprire un ruolo, se si è eletto, è un servizio allo Stato che implica non poche responsabilità? E ancora: questo mercanteggiare non offende e lede il concetto stesso di “istituzioni”? E allora penso: c’è sicuramente dell’altro a me ignoto. Non posso fare a meno, in questa circostanza, di costruire un pensiero che si rapporta ai comportamenti del passato. Penso, quindi, al significato e al valore che si attribuiva un tempo alla politica, al ruolo che essa svolgeva attraverso il mandato di rappresentanza per dare risposte alla comunità. Ciò rendeva agibile la partecipazione che si suggellava con il diritto-dovere di andare in cabina elettorale. La politica si esprimeva attraverso i partiti e gli uomini che li guidavano. C’era dialogo, confronto, conoscenza dei problemi, contenuti nei programmi e, soprattutto, esaltazione della questione morale.

Così era, ed è stato per lungo tempo, da quando sono stati abbattuti il fascismo e la dittatura. La voglia della ricostruzione del Paese, il desiderio di difendere il valore e i principi della Costituzione, la capacità dimostrata nei momenti più difficili della nostra giovane storia, come, ad esempio, la lotta al terrorismo, hanno tenuto insieme la Repubblica democratica e pluralista. La crisi vera comincia, a mio avviso, con l’avvento di Tangentopoli. E’ allora, per la prima volta, che il popolo si sente tradito. Lo svelare della condizione putrida che era alla base del comportamento dei partiti, crea sconcerto e disaffezione. La scomposizione del sistema politico, non avvertita per tempo, si invera nella prima e consistente forma di populismo strisciante con l’avvento del berlusconismo. Il sogno di una democrazia partecipata s’infrange di fronte al nascere del potere gestito da pochi e spesso con sistemi egoistici, a protezione di grandi interessi.

E’ solo il primo tempo del cosiddetto “cerchio magico”, la costellazione che gira intorno al capo assoluto, con privilegi concessi a chi è più servile. La frattura tra popolo e rappresentanti eletti non è più rinviabile. La politica muore, mentre i partiti diventano strumento di pochi. Con tutte le negatività che comporta. Il dopo Berlusconi non realizza la ricomposizione delle forze politiche, anzi favorisce la nascita di gruppuscoli di piccoli capetti alla ricerca di spazi di gestione personale.

Quando giunge il Pd ci si illude che possa nascere una politica non più referenziale, ma capace di recuperare valori e comportamenti. Dura poco, però. Il sistema già infetto, a cui si aggiungono gli errori del renzismo, genera una nuova scomposizione, ancora più pericolosa perché riguarda un’area in cui convivono identità quasi simili. E’ ciò che si sta verificando in questi giorni, con la bussola impazzita e la confusione quotidiana per la formazione delle liste per i candidati. Il mercato è aperto, la questione morale va a farsi benedire. Senza limiti è il trasformismo utilizzato per conquistare una poltrona. Le lunghe notti nel Pd per comporre il puzzle dei posti in Parlamento, le risse nei pollai renziani e berlusconiani, non solo, le forti contrapposizioni per far quadrare i conti delle coalizioni volute da una legge elettorale ingarbugliata e scarsamente tesa alla partecipazione popolare, sono tutti segni di un malessere di partiti senza politica. Probabilmente la confusione non si esaurirà con la presentazione delle liste che avverrà entro domani sera. Si acuirà il giorno dopo. Gli esclusi si attrezzeranno per un ultimo assedio. I segnali sono già evidenti. A cominciare da ciò che potrebbe accadere in Liberi e Uguali di Pietro Grasso, con le scelte di vertice che egli ha operato. Ma anche nel Pd si annunciano separazioni e divorzi. Viene da pensare, forse con un pizzico di pessimismo, che ciò che sta nascendo è forse già morto.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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