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Culle vuote e provette piene, quando volere un figlio non basta: l’Italia delle attese e delle rinunce

In Italia si continua a parlare di denatalità come di una calamità naturale, quasi fosse un destino ineluttabile. Eppure, i numeri più recenti – 1,18 figli per donna nel 2024, con una previsione Istat di 1,13 per il 2025 – non sono il frutto del caso, ma di scelte politiche precise e di omissioni altrettanto chiare. Precarietà lavorativa, politiche di sostegno alle famiglie quasi inesistenti, accesso alla genitorialità sempre più tardivo: l’elenco delle cause è noto e ripetuto fino alla noia. Molto meno discussa è invece la grande occasione mancata rappresentata dalla procreazione medicalmente assistita (Pma).
La scienza, negli ultimi anni, ha fatto passi enormi. Le tecniche di Pma consentono oggi di affrontare l’infertilità maschile e femminile, totale o parziale, e di realizzare il desiderio di genitorialità di coppie e individui che altrimenti ne sarebbero esclusi. Non risolvono da sole il problema del crollo delle nascite, ma possono contribuire a rallentarlo. Eppure, in Italia, sembrano essere tollerate più che realmente sostenute.
La procreazione medicalmente assistita, al di là dei termini tecnici e delle polemiche, riguarda una realtà molto concreta: persone che vorrebbero un figlio e scoprono di non poterlo avere senza aiuto. Non si tratta di un capriccio né di una scorciatoia, ma spesso dell’ultima possibilità dopo anni di tentativi, visite, esami e attese.
Per molte donne e coppie, il tempo è il vero avversario. Si studia più a lungo, si lavora in condizioni precarie, si rimanda per necessità. Quando finalmente arriva il momento giusto, il corpo può non essere più allineato ai progetti di vita. È allora che la medicina interviene, non per “forzare la natura”, ma per ridare una possibilità dove si è chiusa una porta.
La Pma non garantisce un figlio, garantisce una speranza. E ogni mese perso tra liste d’attesa, burocrazia e mancanza di strutture pesa come un macigno, perché la biologia non aspetta.
I dati parlano chiaro: nel 2024 il 4,2% dei bambini nati nel nostro Paese è venuto al mondo grazie alla Pma. Una quota in crescita, ma ancora limitata. E persino la trasparenza sui numeri lascia a desiderare, visto che il Registro Pma dell’Istituto Superiore di Sanità è fermo al 2022. In un Paese che si dice preoccupato per il futuro demografico, anche l’aggiornamento dei dati sembra una priorità secondaria.
Il nodo centrale, però, non è solo quantitativo. È politico e culturale. La legge 40 del 2004 continua a regolare la materia con un’impostazione che appare sempre più distante dalla realtà sociale. Sono escluse le donne single e le coppie omosessuali femminili, nonostante in Europa l’accesso sia consentito e regolato. Il risultato è un flusso costante di “turismo procreativo”: chi può permetterselo va all’estero, pagando cifre che possono arrivare a decine di migliaia di euro. Chi non può, spesso, deve rinunciare in silenzio.
Nel frattempo, il Servizio Sanitario Nazionale offre la Pma nei Livelli essenziali di assistenza, ma con risorse insufficienti, tariffe giudicate non adeguate ai costi reali e tempi di attesa incompatibili con l’età biologica delle pazienti. Attendere nove mesi o un anno e mezzo, quando ogni sei mesi dopo i 35 anni riducono sensibilmente le probabilità di successo, non è una semplice inefficienza: è un danno concreto. E non a caso, molte coppie finiscono nel privato, dove la “flessibilità” spesso si accompagna a spese proibitive.
Il paradosso si acuisce nel caso dell’eterologa con ovociti donati. In Italia mancano donatrici, la legge vieta qualsiasi forma di rimborso per il disagio e la donazione di ovuli congelati resta un terreno minato. Le donne che scelgono di preservare la propria fertilità pagando di tasca propria non possono poi donare facilmente ciò che non utilizzano. Gli embrioni inutilizzati restano congelati a tempo indefinito, perché l’embriodonazione non è disciplinata. Una sospensione etica e giuridica che non tutela nessuno e accumula problemi.
La considerazione finale è forse la più amara. Se una gravidanza ottenuta all’estero finisce male, il Servizio Sanitario Nazionale interviene giustamente, senza esitazioni. Ma lo stesso sistema non fa tutto ciò che potrebbe – e dovrebbe – per aiutare quella gravidanza a iniziare. Siamo efficienti nel gestire le conseguenze, molto meno nel prevenire le rinunce.
In un Paese che si interroga ossessivamente sul perché non nascono più bambini, la risposta è sotto gli occhi di tutti: si parla molto di famiglia, ma si investe poco nella possibilità concreta di incoraggiarle. E finché la genitorialità resterà un percorso a ostacoli, costoso e discriminatorio, le culle continueranno a svuotarsi, indipendentemente dai convegni e dagli allarmi demografici.
Parlare di denatalità senza parlare di questo significa raccontare solo metà della storia. Perché dietro le statistiche ci sono volti, coppie che si spostano da una regione all’altra, donne che congelano ovociti senza sapere se potranno mai usarli, embrioni che restano sospesi nei congelatori e desideri che rimangono in attesa.
Alla fine, la denatalità non è solo una questione di numeri o di curve demografiche. È una somma di porte chiuse, di attese troppo lunghe, di diritti concessi a metà. È un Paese che chiede ai suoi cittadini di fare figli, ma li lascia soli quando provano davvero a farli.
Se davvero si vuole affrontare il crollo delle nascite, bisogna partire da qui: rendere il desiderio di un figlio meno dipendente dal reddito, dal codice postale o dalla possibilità di prendere un aereo. Il resto sono slogan.
Finché mettere al mondo un bambino sarà più facile all’estero che nella propria regione, finché la genitorialità resterà un privilegio per chi ha tempo, salute e denaro, ogni allarme sulla natalità suonerà ipocrita. Perché i figli non mancano per mancanza di desiderio. Mancano perché, troppo spesso, manca lo Stato quando servirebbe di più.

Emanuela Fausto

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