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Cuzzola, ex assessore al Comune di Avellino: restituire valore alla rappresentanza, non sia solo una democrazia simbolica

Riceviamo e pubblichiamo da Enzo Cuzzola, docente di Economia delle Amministrazioni Pubbliche, Mediterranea, Reggio Calabria, già assessore al comune di Avellino

C’è qualcosa di profondamente stonato nella nostra democrazia, e non da oggi. È una stonatura che si ripresenta ogni volta che i partiti scelgono leader e reggenti per acclamazione, come nelle peggiori liturgie di apparato, e ogni volta che le liste elettorali vengono cucite per garantire i posti migliori ai soliti noti e ai loro fedelissimi.
Che democrazia è quella in cui il cittadino non sceglie più, ma si limita a ratificare decisioni prese altrove?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un numero sempre più ridotto di elettori va a votare, deluso e scoraggiato, convinto che il proprio gesto incida su poco o nulla. E come biasimarli? Se il sistema si auto-perpetua, se le strutture politiche diventano caste impermeabili, se la partecipazione resta solo un’illusione — una parvenza di costituzionalità più che la sua sostanza — allora la democrazia rischia di ridursi a un rito vuoto.

In questo quadro si inserisce anche la decisione di alcuni Sindaci e Presidenti di Regione di non nominare in giunta i consiglieri eletti, presentata come gesto di “alto profilo” o come “modello nazionale”. Ma, al di là della retorica, questa impostazione conferma ciò che molti cittadini avvertono da tempo: il potere reale non passa più attraverso la rappresentanza democratica, bensì attraverso accordi interni, equilibri delicati, spartizioni chirurgiche e preferenze di apparato.

A completare il quadro c’è poi il tema degli assessori — eletti o non eletti — e dei consiglieri delegati che troppo spesso non comprendono il significato stesso della delega. Nel sistema dell’elezione diretta del sindaco, la delega non è un titolo ornamentale: è una responsabilità, un pezzo del governo dell’ente. Ma quando chi guida l’amministrazione non possiede i fondamentali del governo locale, finisce per trasformarsi in un piccolo reuccio circondato da figure chiamate più a eseguire che a condividere.

E allora la domanda è inevitabile: che senso ha accettare una delega — o, peggio, non rimetterla — nel momento stesso in cui ci si rende conto che il metodo di lavoro non è realmente collegiale, come richiedono la norma, il buon senso e qualsiasi sana organizzazione manageriale?
Una delega ha valore solo se inserita in un sistema partecipato, trasparente, capace di far dialogare e cooperare le competenze. Se diventa un atto formale senza sostanza, resta l’ennesima conferma di una democrazia svuotata, in cui le forme sopravvivono ma il contenuto — il governo vero — viene meno.

Ecco perché occorre ripensare davvero il nostro modello democratico, senza retorica e senza cosmetici istituzionali. Bisogna restituire significato alla rappresentanza, dignità alla partecipazione e serietà al governo.
Altrimenti continueremo a vivere in una democrazia solo simbolica, dove tutti parlano di cambiamento ma nessuno è realmente disposto a costruirlo.

 

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