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La forza dell’alba, Bonaventura Marino racconta la scelta di tornare

di Gianni Marino

E’ da qualche giorno uscito un libro di grande valore per riflettere sui nostri piccoli paesi . Esiste una vasta letteratura sul tema del “ritorno” sospeso a mezz’aria tra nostalgia e realismo. Il libro di Rino (al quale in questo momento vanno i nostri più cari auguri) si colloca in un tempo e un luogo dove il realismo diventa nostalgia e la nostalgia diventa realismo. Lo presenteremo a Nusco nel mese di giugno: vi suggerisco di leggerlo e vi propongo la mia prefazione:

Forse perché ho con Nusco – mio paese natale – un rapporto a zig-zag, ritrovandomi a volte nello zig delle partenze ed altre volte nello zag dei ritorni, sul pentagramma degli anni ho scritto note nostalgiche e realistiche che ho ritrovate nel libro di Bonaventura Marino, dense pagine di un rosario musicale. La nostalgia a mezza parete e il realismo visionario di chi combatte contro la desertificazione dei nostri borghi, in chi parte e poi ritorna, consolida un rapporto con il borgo natio tormentato di non facile lettura. Per una maggiore comprensione si è spinti a rileggere belle pagine, come quella scritta da Leonardo Sciascia nel suo libro “Occhio di capra”. Parafrasando lo scrittore siciliano, a Nusco sono nato… e così profondamente mi pare di conoscerlo, nelle cose e nelle persone, nel suo passato, nel suo modo di essere, nelle sue violenze e nelle sue rassegnazioni, nei suoi silenzi, da poter dire quello che Borges dice di Buenos Aires: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Nusco non è solo il museo delle ombre – Gesualdo Bufalino docet -, ma la sinfonia dei cinque sensi in cui siamo immersi dal giorno in cui vi siamo nati. Per risentire l’eco della Storia bisogna ritornare ad essere bambini. Chiudere gli occhi e ritornare al tempo sospeso, alla saudade: “la malinconia o dolore per l’assenza di qualcuno, alla nostalgia più dolce per un paese, ma anche la solitudine esistenziale, il male di vivere”. Chi parte e poi ritorna resta per sempre “a mezza parete”. Si parla tanto con vaghezza di pensiero o astrazione intellettuale – di rimettere al centro/ricostruire le nostre comunità, ma, riflettendoci bene, cosa sono le comunità se non le relazioni che si stabiliscono fra persone rispetto ad un luogo. Non ho nostalgia del passato, ma riconosco che nel “dolore del ritorno” resta per sempre una parte importante dei nostri anni trascorsi. D’altra parte che cos’è la vita se non la somma dei ricordi di ciò che siamo stati.

E non sono mai mancate o mancano le autobiografie sui sentimenti della partenza, del ritorno, e recentemente anche sulla cosiddetta restanza. A lettura completata, non senza commozione, delle rimembranze autobiografiche di Bonaventura Marino (Rino), forse perché l’assanguamento ottocentesco non finisce di vibrare, nella narrazione del suo speciale ritorno vi ho ritrovata una consapevolezza drammatica e di alto profilo su come si può affrontare la malattia (paure ed angosce, gioie e speranze), ripercorrendo una storia vera, intensa, pienamente vissuta e rivendicata con passione. Non è facile leggere un testo quando si conosce l’Autore e soffermarsi sul percorso di vita. Nel racconto di Rino il filo rosso autobiografico è punteggiato in modo sincero e scavato in molti aspetti: l’iperprotezione materna, il figlio di maestra alla scuola elementare, la scuola media classista, le fiammelle religiose, liceo a Nusco e Università a Napoli, l’imprinting musicale dal nonno materno, l’amore per gli animali, la passione inesauribile per la musica in gruppo (Quinta Dimensione), i primi amori, il trasferimento a Roma, la professione medica, la moglie Elvira e i tre figli Carlo, Alessandro e Giuseppe. Il vissuto di Rino è sempre inserito in un contesto sociale drammaticamente segnato da discontinuità: i favolosi anni 70, il terremoto del 23 novembre 1980 a Volturara Irpino, il covid, la vita sociale a Napoli e a Roma.

Potrebbe sembrare una vita comune, come quella di tanti giovani che, nati a Nusco, hanno poi ripercorso quasi un comune cammino. Invece, nel ricordare di Rino è sedimentato un grumo che rende il suo libro prezioso quanto unico. Cosa diventa ritornare nel proprio paese con un fardello che limita il proprio tempo? Il monito di Rino è la forza di un sogno all’alba. Non avrei mai immaginato di ricevere una simile lezione di vita da chi ricordo ragazzo nei primi anni ’70. Allora ai miei occhi Rino appariva come un riflesso di me stesso di qualche anno prima: timido ed impacciato appena uscito dal collegio Stella Maris di Maiori. Rinomi sembrava un ragazzo speciale perché non giocava a pallone. Pure lui timido ed impacciato, ma elegante e beneducato. Lo ricordo spesso in compagnia di mio fratello Enrico, Pietro e Carletto a tentare di mettere su un gruppo musicale a cui avevano messo nome “Cum e l’ablativo”. Mi divertivo a prenderli in giro, ricordando loro la regola che un complesso era tale se suonavano tutti lo stesso pezzo, e non eseguendo ognuno un pezzo a piacere. Avendo la loro confidenza, Rino nonostante la timidezza, una volta si avvicinò a me ed Anna Maria allora fidanzati e vedendo che le stavo regalando un 45 giri dal titolo “Amica mia” del cantante e scrittore Guido Renzi, con candore ci chiese: “ Mi insegnate come si fa ad innamorarsi?”. È passato più di mezzo secolo, e Rino si lascia cullare da un drammatico flusso di coscienza: “Quello che conta è che ora sono qui, che vivo il mio presente con l’intensità e la forza che sento dentro, perché è qui che voglio stare, è qui dove volevo tornare. Qui volevo riposare il mio fisico stanco, è qui dove volevo fermarmi a riflettere e a pensare, dove volevo avere molto più tempo per ponderare, più tempo per me. Pensando a chi mi vuole bene e a chi voglio bene, che sono e saranno sempre nel mio cuore, ma con la certezza che questo è ora il mio posto, tra quella che fu la mia gente ed è tornata ad esserlo, tra i miei paesaggi, i miei monti, le mie valli, i miei boschi e le mie emozioni sopite per decenni, ma che tornano ancora prepotentemente a farsi sentire con tutta la loro forza. Sono loro, le mie emozioni, la mia forza. E so che fino a quando le sentirò dentro, niente potrà fermarmi. Forse neanche la malattia”. La forza del flusso di coscienza di Rino Marino, racchiusa in questo libro – che come Associazione Culturale abbiamo adottato fin dall’inizio – ci rimanda con generosità alle parole di don Tonino Benetollo: “In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita. Per quello che si è”.

 

 

 

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