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“Da consumatori della città a protagonisti”, Festa chiama i giovani

Leonardo Festa, è riuscito a far cantare Antonio Gengaro, ce n’era bisogno?

“Non è una questione né di bisogno, né di calcolo. È stato un gioco a cui Gengaro si è prestato volentieri. C’erano molti giovani presenti all’incontro in cui questo ‘karaoke’ è avvenuto ed era importante dare un segnale di leggerezza. Dimostrare che dietro una campagna elettorale c’è ovviamente il lato politico e strategico, ma anche quello umano, fatto di un po’ di sana incoscienza”.

Come si avvicinano i giovani alla politica?

“Non c’è bisogno di avvicinare i giovani alla politica, vanno solo ascoltati, coinvolti attraverso la restituzione di spazi e azioni pubbliche che li rendano protagonisti della comunità. I giovani che dovrebbero essere il vero motore della nostra città la vivono troppo spesso in maniera marginale o, peggio ancora, da meri consumatori, rischiando così di perpetrare modelli desueti che si fondano proprio sull’assenza di partecipazione. Occorre chiarire un concetto: come diceva Platone, la nostra felicità individuale dipende dalla felicità della comunità di cui facciamo parte, nessuno può essere davvero felice se non vive in una comunità governata bene. Quindi, se ci interessa la felicità ci deve interessare anche il governo della comunità”.

Da professore di filosofia come spiega ai suoi studenti la politica?

“L’insegnamento è di per sé stesso un lavoro politico che, nella migliore delle sue versioni, si fonda sulla partecipazione e non su una comunicazione unidirezionale. La filosofia e la politica intrecciano fin dalle rispettive origini le loro storie, per cui chi come me insegna filosofia è un vero privilegiato dato che ogni argomento, tema o aspetto delle lezioni, richiama o rimanda alla politica. Ma è soprattutto di fronte alla storia che i ragazzi acquisiscono una visione concreta della politica. Tale visione li coinvolge, perché li riguarda; spesso nella mia esperienza rilevo come i drammi della storia, i conflitti, le forme del potere, la complessità del presente li scuotono da quella che gli adulti definiscono come una perenne indifferenza. La politica, quindi, si può spiegare facendo vedere che alcune delle conquiste che abbiamo oggi sono passate attraverso l’impegno. Non si può mai dire che i politici sono tutti uguali, perché le idee non sono tutte uguali”.

Perché dovremmo ancora credere nei partiti?

“I partiti sono l’unico modo per cambiare le cose, se lasciamo i partiti a chi non è capace ne avremo la peggio noi. Possiamo anche non occuparci della politica, ma la politica si occuperà di noi. Oggi i partiti sono un soggetto storico differente rispetto ai partiti novecenteschi. Vanno ripensati con categorie nuove ma guai a perderli! Essi debbono ancora essere palestre di democrazia, luoghi in cui si realizza la vera rappresentanza locale, centri di confronto e di ripensamento del futuro”.

Qual è l’essenza del civismo, e perché non è il contrario di politica?

“Penso non sia il contrario della politica: è il primo momento in cui si fa politica, e va incoraggiato. Nasce dal desiderio di dare un contributo, e dalla consapevolezza che con le idee si può cambiare il mondo. Ma questo quando nasce dal basso. Quando invece una forza politica decide di mascherarsi da civica, mi sembra più una ammissione di debolezza. Comprensibile, però: viviamo quella che viene definita società della conoscenza, caratterizzata dalla possibilità di accedere sempre e direttamente alle informazioni. Ciò ha evidenti vantaggi ma anche rischi, come il desiderio di disintermediazione. La crisi coinvolge in effetti tutti i corpi intermedi: la scuola, le testate giornalistiche, i partiti politici. Si passa così da un mondo in cui era una verità a creare condivisione, ad uno in cui è la condivisione a creare verità. Assecondare questo processo produce evidenti vantaggi a breve termine, e chiari svantaggi a lungo termine”.

Una priorità per i giovani di Avellino?

“La parola chiave è partecipazione. Occorre coinvolgere i giovani nell’agenda della città non soltanto come fruitori degli eventi: necessitano di ruoli di responsabilità precisa e riconosciuta per sentirsi parte attiva. Non devono mancare, inoltre, azioni mirate per favorire la formazione e l’occupazione, ma anche per contrastare l’esodo.  Con il piano “Giovani ritornati” immagino incentivi che garantiscano mezzi e sostegno per la creazione di imprese, sviluppo di idee innovative, possibilità di smart working, servizi per garantire uno standard di vita adeguato e di supporto alla genitorialità”.

Con la cultura si mangia?

“Se uno straniero sapesse che in Italia ci poniamo questa domanda probabilmente ci guarderebbe con curiosità. Con la cultura si mangia, ma appunto bisogna avere cultura per farlo. E mi riferisco non solo alla conoscenza di contenuti, ma anche di modelli per la promozione e valorizzazione del patrimonio artistico. Occorre trasformare il Teatro Carlo Gesualdo in un incubatore culturale, attivo tutto l’anno, coordinare e promuovere chi sul territorio promuove arte, musica, cultura. E puntare sui grandi eventi culturali. Vedo con favore eventi come Irpinia Mood, che allo stesso tempo raccontano il territorio e rilanciano l’immagine della nostra città. Ma pensiamo all’impatto del festival della Filosofia di Modena o al Campania Libri Festival di Napoli. Occorre però rafforzare il dialogo con la Regione Campania, lavorare attraverso i bandi, mettere in rete Fondazioni, enti locali e imprese del territorio”.

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