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Mi chiedo: ha senso affermare che il nuovo governo è, come si dice, a trazione meridionale? Non ne sono convinto. Penso che il luogo di nascita di un politico, a volte, sia solo un caso e che ben altre dovrebbero essere le motivazioni dell’impegno. Questo, sia chiaro, non è rapportabile solo alla somma dei luoghi di nascita di chi rappresenta gli elettori, ma deve fare riferimento, a mio avviso, alla capacità che una classe dirigente sa testimoniare per onorare il mandato di difesa degli interessi di un territorio. Nel nostro caso il Sud. A me, dunque, pare provinciale (nel senso deteriore del termine) coniugare luogo di nascita e impegno politico. E dà ragione a coloro che, in modo a volte strumentale, usano contrapporre una realtà ad un’altra dello stesso paese per catalogarne le differenze. Io credo che al di là dell’appartenenza ad un territorio, il problema meridionale sia endogeno e riguarda almeno tre aspetti, tra i tanti, molto spesso tenuti fuori, per volontà o per disattenzione, dalla discussione politica: l’incapacità della classe dirigente, politica e non, a tenere alto il livello di guardia contro la diffusa criminalità che occupa quasi l’intero mezzogiorno; l’assenza di una comune strategia per infrastrutturale il Sud e renderlo competitivo; il non aver compreso che la partita più che contro il Nord oggi si gioca soprattutto in Europa. In ogni caso, tutte e tre le considerazioni riguardano la questione morale che non trova alcuna corrispondenza nella attuale gestione politica della classe dirigente. Vado per ordine. Non è smentibile che il Sud sia prigioniero dei poteri criminali. Le testimonianze sono scritte nelle vicende quotidiane della corruzione politica, nel sistema del voto di scambio, nella collusione tra politica e malaffare. La malapolitica si innerva sul territorio compromettendone il futuro. Il potere economico nel mezzogiorno è nelle mani della malavita che lo esercita attraverso minacce e intimidazioni. Quale risposta i governi hanno dato rispetto a questa cancrena, a parte il lavoro intenso ed apprezzabile della giustizia e delle forze dell’ordine? Che, però, non è sufficiente.

La politica, per quanto di sua competenza, è muta, senza coraggio, molto spesso compromessa. Essa controlla il territorio agendo da idrovora: cattura il consenso servendosi di spurio clientelismo e quando si rende conto che alcuni “santuari” sono impenetrabili, grazie ad uno spudorato trasformismo si vende alle regole del più forte. Rifletto, ora, sulla seconda considerazione: gli insopportabili ritardi nell’azione di infrastrutturazione del Mezzogiorno. Il problema è antico. Bisogna ricorrere con la memoria alla nascita della Cassa del Mezzogiorno, negli anni Cinquanta e all’azione di Alcide De Gasperi che ne volle l’istituzione, per trovare un timido segnale di politica infrastrutturale del Sud. Quello fu vero Risorgimento. Con il passare del tempo e l’invasione della malapolitica e il controllo della criminalità, che opera sempre laddove ci sono risorse da ingurgitare, anche la Cassa ha dovuto cedere, passando dalla visione complessiva dello sviluppo – con la costruzione di dighe e strade – alla politica delle mance per realizzare fontanini e interventi minori, ben lontani dalla visione strategica infrastrutturale del territorio. Penso ai tempi e alle distanze oggi tra Roma e Reggio Calabria, senza ferrovie ad alta velocità, o alla Napoli – Bari che, se tutto andrà bene, potrebbe diventare fruibile nel secondo quarto di secolo. Anche qui: dov’è la politica? E in quale mondo si sono rifugiati i politici meridionali che avrebbero dovuto impegnarsi per la soluzione di questi problemi? Infine, l’Europa. Qui è il nodo vero del disimpegno della classe dirigente politica, a partire dalla rappresentanza meridionale a Bruxelles, per giungere fino all’ultimo amministratore del più piccolo Comune del Sud, aggredito oggi dallo spopolamento e dalla fuga dei cervelli. La Commissione europea destina fondi notevoli per lo sviluppo del Mezzogiorno. Essi vengono gestiti dalle Regioni. Che cosa accade nel Sud? Che i fondi non sono utilizzati per mancanza di progetti credibili o per incapacità di progettazione. Cosa che, invece, sa fare bene il potere criminale. Risultato: le risorse non utilizzate vanno in perenzione, Bruxelles se le riprende e li destina ad altre nazioni europee. E la politica? Anche stavolta, sta a guardare. Queste modeste riflessioni mi permetto di consegnare al premier Giuseppe Conte, nel momento in cui egli si accinge, anche da meridionale pugliese, a consegnare al Parlamento le dichiarazioni programmatiche di indirizzo del governo del Paese. Con una sincera raccomandazione: l’Italia sarà unita e competitiva solo se tutti i vagoni del treno del Paese andranno nella stessa direzione, senza che qualcuno operi per farne deragliare una parte. E chi li occupa, alla fine, è poco importante.

di Gianni Festa

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