di Virgilio Iandiorio
Si festeggiava un poco dappertutto in Europa la notte di San Giovanni, considerata la notte più breve dell’anno, collegata al solstizio d’estate. Il 24 giugno potrebbe ben definirsi una festa “europea” in onore del santo fatto decapitare da Erode Antipa al tempo di Gesù. La diffusione del culto di San Giovanni Battista è dovuta anche alla tradizione antica, che sulla scorta di passi del Vangelo di San Luca, ne aveva fatto un uomo pervaso dallo Spirito Santo sin dalla nascita.
Le feste di mezz’estate, come le definì l’antropologo James G. Frazer (1854-1941) nel suo libro Il Ramo d’oro, pubblicato nel 1922, “fiorirono in tutto questo lato del mondo, dall’Irlanda alla Russia, dalla Svezia e la Norvegia fino alla Spagna e alla Grecia. Secondo un autore medievale i tre caratteri importanti della celebrazione di mezz’estate erano i falò, le processioni per i campi con le torce accese, e l’uso di far ruzzolare una ruota”.
Diverse usanze si sono conservate, almeno fino a non molto tempo fa, in molti paesi del Mezzogiorno e nella provincia di Avellino in particolare.
Tutti sanno che per fare il nocino o nocillo, che dir si voglia, bisogna cogliere le noci il giorno di S. Giovanni. Così questo ottimo digestivo casareccio è legato alla festività del Santo. Anche intorno al tronco degli alberi di noce venivano legate dai contadini spighe di grano per assicurarsi un buon raccolto. Alcuni detti popolari si riferiscono alla stagione della mietitura che inizia a fine giugno, almeno nell’avellinese: “San Gioanne, fauce ‘n ganne” [San Giovanni, la falce al collo). Era, infatti, uso dei contadini portare la falce sulla spalla.
Nei paesi dell’Irpinia anche le relazioni sociali erano influenzate dal culto per il Santo. Si chiamava “compare di S. Giovanni” il padrino del primo figlio.
Con la speranza di avere un buon marito, le ragazze nubili chiedevano : “San Gioanne, San Gioanne che sciorte me manne?” [S. Giovanni, S. Giovanni che buona sorte mi mandi?].
La preghiera per trovare un buon marito nel passato sconfinava in forme di superstizione tanto che il Cardinale e arcivescovo di Benevento, Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, nel primo Settecento tuonava contro le diffuse superstizioni dei fedeli della sua archidiocesi. In particolare contro quella del cardo di San Giovanni. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, le giovanette in attesa di marito e anche donne più in là con gli anni ma che speravano ancora di trovarne uno, andavano nei campi e sradicavano un cardo e lo deponevano sul davanzale della loro finestra. Al mattino, andavano con grande trepidazione ad osservarlo. Il cardo era fiorito? Buon segno! Voleva dire che il marito sicuramente si sarebbe trovato. Il cardo era invece appassito? Voleva dire che bisognava rassegnarsi perché un marito non sarebbe mai arrivato.
La festa di San Giovanni era anche occasione per dedicarsi ai giochi d’azzardo. L’Udienza di Principato Ultra fece indagini nel 1771/72 per reprimere il gioco d’azzardo e le scommesse illecite che si erano verificate a Castel Baronia durante la festività di San Giovanni. Il gioco dei dadi e quello delle carte erano considerati motivo di peccato dalla Chiesa e causa di disordini dai responsabili dell’ordine pubblico (Archivio di Stato di Avellino – Udienza di Principato Ultra (1588 – 1812). Inventario a cura di Eugenia Granito)
Se la data della nascita di Gesù venne fissata dalla Chiesa al solstizio d’inverno (25 dicembre), quella di Giovanni Battista, nel rispetto di quanto scritto nei Vangeli, fu collocata sei mesi prima, al solstizio d’estate (24 giugno). Per i Padri della Chiesa questo confermava le parole che il Battista aveva detto riferendosi a Gesù: “Egli deve crescere e io diminuire”. Perché dopo il solstizio d’inverno il giorno di luce va crescendo, mentre dopo il solstizio d’estate va decrescendo.



