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Dal cacciavite al rompighiaccio

Quando, sette anni fa, fu costretto a lasciare palazzo Chigi, sfrattato non dal solo Matteo Renzi ma praticamente dall’intera direzione del Pd (126 vori favorevoli, 16 contrari e due astensioni), Enrico Letta depose anche il metaforico cacciavite con il quale si era illuso di poter correggere ciò che non funzionava nel suo partito e nel governo. Aveva cominciato a capire che per guarire la politica italiana dai suoi mali congeniti non erano sufficienti interventi soft, di precisione, ma occorreva una terapia d’urto. Oggi riconosce in qualche modo anche la sua parte di errore, se è vero che giovedì nel salotto di Bruno Vespa ha ammesso: “l’altra volta sono stato cauto, e infatti è finita male…”. E allora, per evitare di ripetere gli errori del passato, ecco che nella sua nuova versione Enrico Letta annuncia l’intenzione di ricorrere a “gesti forti”, necessari per liberare il Pd dalle incrostazioni del maschilismo e non solo da quelle. Così, la metafora scelta per descrivere il nuovo corso, più assertivo e incisivo, è quella del “rompighiaccio”, che un po’ ricorda il “lanciafiamme” a suo tempo imbracciato da Renzi, ma si spera che abbia miglior sorte.

In effetti, le prime mosse del neosegretario rivelano un inedito piglio decisionista, ma anche una correzione di rotta rispetto alle politiche e ai progetti del suo predecessore Nicola Zingaretti. E qualche risultato si è già visto, a cominciare dalle presidenze dei gruppi parlamentari, che sono andate, come richiesto da Letta e non senza tensioni e polemiche, a due donne, Debora Serracchiani alla Camera e Simona Malpezzi al Senato. Ricordiamo che solo poche settimane prima, quando si era trattato di indicare le candidature democratiche nel governo Draghi, Zingaretti aveva designato tre uomini, uno dei quali, dopo l’ingresso al governo, non aveva neppure rinunciato all’incarico di vicesegretario del partito: più maschilista di così… In ogni caso, neanche ora il riequilibrio di genere è stato pienamente realizzato, e infatti lo stesso segretario parla di un “primo passo” al quale altri dovranno seguire.

Non mancheranno occasioni di verifica quando si tratterà, a breve, di proporre le candidature per le amministrative di autunno a Roma e in altre grandi città e più in là per le liste di Camera e Senato, alla fine della legislatura. Ma il decisionismo di Enrico Letta è chiamato a misurarsi anche con altre scelte, non solo organizzative. Si tratta appunto di programmi, alleanze, linea politica. Quella ereditata da Zingaretti prevedeva la via obbligata dell’accordo con i Cinque Stelle, con Giuseppe Conte “punto di riferimento dei progressisti”, e dunque il Pd quasi “junior partner” della coalizione. A Letta così non va bene, e non c’è bisogno di tante spiegazioni. Il nuovo segretario non può accettare un ruolo subordinato ad un movimento che ancora non ha una fisionomia decifrabile, che lo stesso Conte, giovedì sera all’assemblea degli eletti, non ha saputo delineare compiutamente. Occorre dell’altro. Ferma restando l’indicazione di un perimetro di centrosinistra, bisogna stabilire posizioni e gerarchie. Per Enrico Letta il pilastro della coalizione deve essere il Partito democratico, perché “l’alleanza ha un senso se il Pd è forte, leader”, e il rapporto con i 5 Stelle non può essere “esclusivo”, ma aperto ad altre forze politiche, non solo parlamentari (non a caso ha incontrato anche i rappresentanti delle Sardine, che intanto stanno pensando di candidarsi per il Comune di Bologna). Insomma, il Pd formato Letta è un partito protagonista, non subalterno, che concepisce le alleanze in funzione del programma, e sul programma vuole avere una parola decisiva, perché “in politica, ha detto la vicesegretaria Irene Tinagli, le alleanze si fanno per realizzare i propri obiettivi, non sono il fine, ma lo strumento”. Tutti avvisati.

di Guido Bossa

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