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Destra e sinistra all’ombra di Draghi

Lungi dal silenziare la politica, il governo di Mario Draghi sta favorendo la ripresa del confronto, anche aspro, fra le due componenti della maggioranza che si richiamano agli opposti schieramenti che da sempre si contendono il primato dei consensi in Italia. Destra e sinistra, insomma, tornano in campo, e il conflitto si può dispiegare con la più ampia disponibilità e si direbbe senza rete, anche perché tutti sanno che comunque il governo, la sua stabilità, il suo percorso lungo il solco tracciato dall’Europa, non saranno messi in discussione. A differenza del suo predecessore Mario Monti, insomma, il “tecnico” Draghi consente o forse addirittura stimola il protagonismo politico dei partiti che lo appoggiano, così dimostrando di interpretare al meglio il compito che il Capo dello Stato gli aveva affidato al momento della sua investitura. Un esecutivo svincolato dalle formule politiche tradizionali lascia libero il terreno della dialettica, della polemica, dei progetti sul futuro che sono propri dei partiti e dei loro dirigenti. Un esercizio di democrazia che vale per il futuro ma che per il momento non crea pericoli a chi se lo intesta, né grattacapi al presidente del Consiglio, che sta rivelando imprevedibili doti di mediatore.

E dunque destra e sinistra, ma soprattutto la sinistra, nella scorsa settimana si sono confrontate anche aspramente marcando ognuna la propria identità. E’ stato in primis il Partito democratico con il neosegretario Enrico Letta a compiere passi decisivi nel senso di una ridefinizione della propria immagine. Partendo da una impietosa autocritica sui fallimenti dei partiti progressisti in Europa, dovuti alla “tendenza diffusa a disprezzare il disagio, derubricare il conflitto sociale a orpello novecentesco, vivere le disuguaglianze come il prezzo da pagare, apparentemente minimo, di fronte alle opportunità, apparentemente infinite, della globalizzazione e dell’apertura”. Così Enrico Letta nel suo “Anima e cacciavite” tempestivamente dato alle stampe per segnalare una discontinuità rispetto alla sua prima stagione politica, quella che lo vide ministro nei governi di centrosinistra a cavallo del millennio e poi presidente del Consiglio sette anni fa. La discontinuità starebbe nell’assumere la giustizia sociale come stella polare della politica dei progressisti: una iniezione socialdemocratica nella comunità nazionale stremata dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica; il vaccino della ripresa per debellare il virus della stagnazione. Questa sembra la nuova linea tracciata da Enrico Letta, che pare abbia ormai rinunciato a spingere Salvini fuori dalla maggioranza, anche perché il segretario della Lega sta dimostrando robuste dosi di resilienza. Lui con Draghi si trova benissimo e non ne fa mistero, convinto com’è che alla lunga governare paga, checché ne pensi, dall’opposizione, Giorgia Meloni. Un dissenso, questo, fra i capi delle due destre, che prima o poi dovrà trovare una composizione.  E dunque, come la sinistra anche la destra all’ombra di Mario Draghi sta ridefinendo ruolo e programmi, in attesa del redde rationem, fissato per il momento alle urne amministrative di autunno.

di Guido Bossa

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