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Donne: storie d’amore e di violenze all’Archivio di stato

Racconta le battaglie della donna per l’emancipazione, nella sfera pubblica e privata, la mostra documentaria e fotografica proposta dall’Archivio di stato, diretto da Maria Amicarelli. Un itinerario tra immagini e documenti, che non dimentica le violenze che hanno accompagnato la storia delle donne, inaugurata oggi nel segno di “Donne: storie d’amore, di traguardi e di violenze”, in occasione delle Domeniche di carta. “Storie di fidanzate, mogli, madri, sorelle, maestre e scolare – si legge nelle note che accompagnano la mostra – storie di donne abusate e sfruttate, talvolta carnefici esse stesse, vicende umane che ci parlano dell’universo femminile evidenziandone il progressivo inarrestabile mutamento”. Le foto documentano il cambiamento di riti e costumi, con l’abbandono progressivo del ruolo femminile tradizionale verso esiti di maggiore consapevolezza ed emancipazione. Cuore della mostra i capitoli matrimoniali che raccontano l’idea del matrimonio come contratto tra le famiglie, a cui la donna non poteva fare altro che obbedire. Ne è un esempio il capitolo, datato 23 febbraio 1892, tra Giovannina Patrone di Domenico, proprietario e Angelo di Capua di Tommaso, negoziante, di Sant’Angelo dei Lombardi. Domenico Patrone assegna in dote alla figlia la somma di lire 1275, più lire 2060 e centesimi 25 in beni corredali. Segue un elenco dettagliato dei beni del corredo, tra questi sedici lenzuola di tela di casa, lino e mussola, dodici camice ricamate, altre ventotto camice di tela di famiglia, mussola, quaranta paia di calzette, letto ricamato, un servizio di tavola, una corona d’argento, coralli, un orologio con catenella d’oro, un concerto d’oro fino, un’altra di lana, una coverta di seta. Il capitolo matrimoniale, datato 1836, tratto dal notaio Vincenzo Galasso di Capriglia, vede, invece, come contraenti la stessa Agata Luciano, vedova di Domenico Giordano, proprietaria di Avellino e Modestino Battista, anche lui proprietario di Avellino. A comporre la dote la somma di seicentoquarantacinque ducati e trenta grana, di cui, ducati quattrocento in denaro contante e i rimanenti in beni personali e corredali. Tra i beni del corredo lenzuola, letti, orecchini, camici e mantelle. Sono donne costrette a sottostare alla volontà dei padri o a scegliere la via del convento, così nei protocolli notarili troviamo una lettera d’amore rivolta a una giovane novizia “Monaca, che tu sia benedetta. Da quel giorno che ti vidi il mio cuore non ha pace, passo notti insonni, ore inosservate, sempre colla tua cara immagine presente. Oh, tu non mi comprendi! Non lo puoi!..”.
Terribile, invece, la storia che arriva dalla Regia Udienza, datata 1781. Si fa riferimento all’accusa rivolta da Alessandra Mongiello, di anni 21, di Montemarano ai fratelli Carlo, Fiorentino e Giovanni Benevento di averla attratta con inganno in un luogo solitario e sotto la minaccia di una baionetta, averla derubata di 14 ducati e poi violentata. E sono proprio le violenze di cui erano vittime le donne ad emergere con forza dai documenti, come si legge nei Notai di Avellino, in un atto relativo ad Angela De Angelis di Serino, violentata nel 1801 dal Governatore Regio di Solofra don Nicola Assandi, che, durante la detenzione del marito Domenico Garzillo nelle carceri di Solofra, l’aveva convocata con il pretesto di doverla interrogare e poi “l’aveva carnalmente conosciuta in una camera dove era andata per esaminarla”. Violenze come quelle dei matrimoni imposti alle donne. Angela Rosa, in un documento della regia Udienza, datato 1809 – del Corpo di Cassano “chiede l’annullamento del matrimonio, non consumato, da Tarquinio Bruno di Montella. Fa presente che il consenso le è stato estorto dalla madre e dallo zio paterno, il reverendo Francesco del Corpo che l’ha minacciata col coltello; il matrimonio è stato celebrato in casa, per procura, senza essere stato prima solennizzato dinanzi all’ufficiale di stato civile come prescritto dal codice napoleonico”. Dal matrimonio forzato alla piaga dell’infanticidio, con le quali le donne cercavano di difendersi da una società che le costringeva dietro rigide convenzioni e le marchiava a vita, ogni volta che violavano quelle regole, come accadeva quando un figlio era concepito al di fuori della relazione coniugale “La Corte di Appello di Napoli, Sezione di accusa, rinvia a giudizio e ordina la cattura di una giovane di Tufo, Gemma Bartolozzi, imputata di avere nel 29 gennaio 1900, a fine di uccidere, cagionato la morte di un’infante, sua figlia, non ancora iscritta nei registri dello Stato Civile e nei primi cinque giorni dalla nascita, per salvare l’onore proprio.”
Ma trova spazio nella mostra anche il fenomeno del brigantaggio femminile con i documenti relativi al processo penale contro Filomena Pennacchio di San Sossio Baronia “Druda del famigerato brigante Giuseppe Schiavone”. O ancora il costume, diffuso soprattutto tra le fasce sociali meno agiate, del ratto della donna amata per costringere i familiari a concedere il consenso al matrimonio. Così è possibile leggere il Procedimento penale a carico di Oreste Saturnino figlio di ignoti di anni 26, imputato di ratto consensuale della minorenne Carmela Russo. Il padre Carmine Russo sporge querela contro Saturnino, poiché la figlia è stata deflorata ed ora in attesa di un bambino.
Ma sono anche storie di levatrici e maestre, decisive per il progresso delle comunità e l’emancipazione femminile, di prostitute o straniere detenute nel campo di internamento di Solofra o vicende di follia come quelle di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice. O ancora di operaie o poetesse. Bellissimi alcuni dei ritratti di donne coraggiose che emergono dai documenti, come quello di Suor Concetta Attanasio, Superiora del Monastero di Santa Filomena in Mugnano del Cardinale, accusata nel 1861 “di connivenza con banda armata e cospirazione tendente a cambiare la forma di governo poiché spesso si riunisce a parlare con Don Nicola Sirignano, noto per i suoi avversi sentimenti all’attuale forma di governo”. Il coordinamento scientifico è di Mariarosaria Postiglione, Marisa Bellucci e Carmine Venezia. La mostra potrà essere visitata dalle 9.30 alle 13.30 e dalle 17 alle 21

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