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Con Giorgia Meloni la politica ritorna sulla scena dopo anni di latitanza, o meglio di supplenza dei tecnici o di politici non direttamente legittimati a governare da un voto popolare. La XVIII legislatura, appena conclusa, è emblematica: si è aperta nel 2018 con un governo frutto dell’alleanza fra due partiti che si erano combattuti aspramente in campagna elettorale e che poi si sono affidati alla guida di uno sconosciuto professore di diritto neppure candidato alle elezioni; poi ha ceduto il passo ad una coalizione ancor più eterogenea, e infine ad un esecutivo di emergenza imposto dal Presidente della Repubblica ad un Parlamento in stato confusionale nel mezzo di una crisi sanitaria e, poi, di una guerra di cui ancora non si vede la fine. Tutto ciò, tranne il contesto drammatico di cui sopra, è definitivamente alle nostre spalle: il governo che si è insediato dopo il duplice voto di fiducia delle Camere esprime una visione politica che può non piacere, ma non può essere liquidata sprezzantemente come di destra, anche se nei calorosi applausi che l’hanno accolta soprattutto alla Camera c’era molta destra tradizionale e rivendicativa, che infastidisce. La due giorni di esordio del governo offre qualche prima risposta, in attesa di conferma. Trasferire sull’esecutivo l’identità di un partito, che è la cifra più riconoscibile del dibattito parlamentare, può essere un’operazione spericolata, non sostenuta dall’effettivo consenso ottenuto alle elezioni, se è vero che il 26% dei voti di Fratelli d’Italia, sul 63% di quelli complessivamente espressi corrisponde al consenso di appena il 15,8% dell’intero corpo elettorale, poco più di sette milioni di persone su 50 milioni, meno di un elettore su otto, il che beninteso nulla toglie alla legittimità del voto e dell’insediamento del governo, ma ridimensiona obiettivamente il successo e quindi la pretesa rappresentatività generale. Ma anche con numeri diversi, più gratificanti per il vincitore, trasferire su un governo, che è pur sempre frutto di una coalizione di forze e interessi diversi, l’esaltazione identitaria di un partito sarebbe operazione a rischio. Quando Donald Trump ci provò, finì con l’assalto al Campidoglio: una tentazione alla quale Giorgia Meloni si sottrarrà, anche se l’aria di rivincita che si respirava mercoledì a Montecitorio non promette nulla di buono. Del resto i precedenti, tutti negativi, non mancano: il primo centrodestra, quello evocato con orgoglio da Berlusconi al Senato, era partito con la minaccia “non faremo prigionieri” lanciata da Previti e si schiantò pochi mesi dopo contro il muro innalzato dalla Lega di Umberto Bossi; in epoca più recente l’urlo di Beppe Grillo: ”Arrendetevi! Siete circondati!” si è spento in una marea di compromessi e di brutte figure. Il facile richiamo qualunquista era la cifra comune dei due fallimenti. Oggi il centrodestra che ha vinto le elezioni è molto diverso da quello di cui Berlusconi si vanta di essere il padre nobile. Intanto è una destra con qualche piccola appendice di centro, che si illude di poter offrire all’ingombrante alleato una legittimità che quello non chiede, convinto di averla già conquistata da solo. Poi è diverso il contesto internazionale che nel frattempo è diventato più cogente per qualsiasi governo europeo: è diverso il rapporto con l’Europa, è diverso quello con la Nato. In Europa il governo Meloni dovrà scegliere fra l’asse renano franco-tedesco o quello dei Paesi ad est dell’Elba; la Nato cui Giorgia Meloni esprime massima fiducia, è sottoposta ad una torsione in senso aggressivo che era sconosciuta ai tempi dell’accordo di Pratica di Mare. Giorgia Meloni è convinta di avere davanti a sé l’intera legislatura per realizzare il suo progetto nazional-sovranista. E se durasse davvero cinque anni?

di Guido Bossa

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