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Se da oltre ventiquattr’ore il dibattito politico in Italia ha messo tra parentesi i temi propri della campagna elettorale – compilazione delle liste, presentazione dei programmi, dialogo con i cittadini – per interrogarsi angosciosamente sull’ “ingerenza” o addirittura sul “ricatto” russo che minaccerebbe i destini del Belpaese, c’è da dubitare non tanto sui rischi cui sarebbe sottoposta la nostra democrazia, quanto sulla capacità di autocontrollo di molti esponenti politici ed istituzionali anche di primo piano. L’autore del tentativo di inquinare l’espressione della volontà popolare e di destabilizzare gli equilibri democratici romani, Dmitrij Medvedev, è il politico più screditato della storia russa degli ultimi vent’anni, uno che si è adattato per ben due volte a fare da controfigura al suo capo, prima come premier e poi come presidente: in entrambi i ruoli ha dato pessima prova, attirandosi il sarcasmo e le critiche dei suoi concittadini. Infine, si è accontentato di fare il numero due del Consiglio per la sicurezza nazionale, il cui numero uno fu pubblicamente umiliato da Putin alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina. Insomma, un personaggio che in Russia nessuno prende sul serio occupa per un giorno – e non è la prima volta – le copertine dei nostri principali giornali, a conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, del provincialismo cui sono affetti. E non è questa l’unica anomalia di una campagna elettorale giunta a metà percorso. Se si passa al capitolo programmi, si spalanca una finestra sulle promesse irrealizzabili, da una parte e dall’altra. Invano Giorgia Meloni che, puntando a palazzo Chigi si atteggia a leader responsabile, ha raccomandato ai suoi alleati di lasciare sugli scaffali il libro dei sogni. Parole al vento: Silvio Berlusconi si affaccia ogni giorno sui canali social per annunciare l’imminente avvento dell’età dell’oro, secondo un copione che gli ha garantito grandi successi in passato e che ora dovrebbe quanto meno consentirgli di limitare le perdite. Su pensioni, tasse, condoni e cartelle esattoriali fa a gara con Salvini a chi la spara più grossa, senza curarsi di indicare dove prendere i denari necessari a colmare il buco di bilancio aperto da un fisco generoso con i contribuenti, e tanto meno di proporre misure efficaci per la lotta all’evasione. Il Pd non è da meno: per due delle misure più qualificanti del suo programma – dieci miliardi in cinque anni per la scuola, una mensilità in più a fine anno per i lavoratori dipendenti – le coperture indicate sono assolutamente aleatorie; ma soprattutto nell’un caso come nell’altro, le promesse elettorali dei due maggiori contendenti non tengono conto della gelata economica che tutti gli indicatori prevedono per l’autunno quando, eletti i parlamentari della XIX legislatura, il governo dovrà fare i conti con l’aumento dei prezzi e la scarsità dei prodotti energetici (gas in testa), e con i riflessi sulla spesa pubblica di un’inflazione che naviga oltre l’8%. L’economista Alberto Brambilla, già consulente di un paio di governi, ha calcolato che il bilancio statale del 2023, che dovrà essere impostato ad ottobre, subito dopo le elezioni, dovrà trovare oltre 30 miliardi solo per finanziare le spese dell’emergenza. Insomma, ci sarà poco da scialare. In attesa che Mario Draghi, il cui intervento all’inaugurazione del meeting di Rimini, mercoledì prossimo, rimetta con i piedi per terra i programmi di tutti.

di Guido Bossa 

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