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Emigrazione sanitaria: quanti irpini si curano fuori regione e perché

L’Irpinia, nonostante disponga di alcune eccellenze ospedaliere e professionisti qualificati, è una delle province campane con il più alto tasso di mobilità passiva

di Stefano Carluccio

L’emigrazione sanitaria è uno dei fenomeni più rilevanti e preoccupanti per il sistema sanitario del Mezzogiorno. L’Irpinia, nonostante disponga di alcune eccellenze ospedaliere e professionisti qualificati, è una delle province campane con il più alto tasso di mobilità passiva: ogni anno migliaia di cittadini scelgono di curarsi fuori regione, soprattutto al Nord, sostenendo costi economici e psicologici rilevanti. Ma quanti sono realmente, dove vanno e perché scelgono di farlo?

Secondo i dati del Ministero della Salute riferiti al 2022-2023, circa il 17% dei ricoveri programmati degli irpini sono avvenuti fuori regione. Si tratta di una media leggermente superiore a quella nazionale per le province del Sud, e che si traduce in oltre 11.000 prestazioni sanitarie per le quali i residenti in provincia di Avellino hanno preferito ospedali situati in Lazio, Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia. Di questi, almeno il 70% erano ricoveri ordinari o interventi chirurgici, mentre il restante 30% era legato a prestazioni ambulatoriali ad alta complessità (diagnostica oncologica, esami specialistici, visite multidisciplinari).

Il dato più significativo, tuttavia, riguarda le motivazioni. Secondo una ricerca Censis-Agenas, i fattori principali che spingono gli irpini a cercare cure fuori regione sono tempi di attesa troppo lunghi, mancanza di alcune specializzazioni cliniche, carenze tecnologiche e, soprattutto, sfiducia nella qualità dell’assistenza locale. Una quota non trascurabile è legata anche al “passaparola”: molti pazienti, in particolare per patologie gravi, scelgono strutture dove altri familiari o conoscenti si sono già curati con successo.

Un’ulteriore motivazione riguarda la frammentazione dell’offerta sanitaria sul territorio: i principali ospedali dell’Irpinia – come il “Moscati” di Avellino, il “Criscuoli-Frieri” di Sant’Angelo dei Lombardi e il “Frangipane” di Ariano Irpino – sono spesso isolati rispetto ai centri urbani più piccoli e non sempre facilmente raggiungibili, specie per chi vive nelle aree montane o interne. L’assenza di un sistema di trasporto efficiente, l’invecchiamento della popolazione e la difficoltà di prenotazione telematica aggravano la sensazione di disorientamento di molti pazienti.

Il risultato è che la provincia si svuota anche sul fronte della sanità. L’emigrazione sanitaria comporta una drenaggio finanziario consistente per la Campania: nel solo 2023, la Regione ha trasferito circa 340 milioni di euro ad altre regioni italiane per rimborsare prestazioni sanitarie erogate a cittadini campani. L’Irpinia contribuisce a questa spesa con una quota significativa. Questo meccanismo, paradossalmente, sottrae risorse alla sanità locale che potrebbero essere impiegate per migliorare infrastrutture, tecnologie e assunzioni.

Un dato positivo, però, è che le strutture ospedaliere irpine non sono completamente passive: ci sono anche flussi in entrata, seppur più contenuti, da province vicine come Benevento e Potenza, grazie ad alcuni reparti considerati d’eccellenza (cardiologia, neurologia, ortopedia). Tuttavia, questo non basta a bilanciare la mobilità passiva.

La percezione della sanità locale è un altro elemento cruciale. Secondo un’indagine svolta nel 2024 da un consorzio di associazioni civiche irpine, oltre il 60% degli intervistati ha dichiarato di aver preso in considerazione l’idea di curarsi fuori regione “perché non si fida” degli ospedali locali, in particolare per le diagnosi oncologiche o per interventi chirurgici delicati. Questo dato, pur soggettivo, evidenzia un problema culturale e comunicativo: la qualità clinica di molti servizi esiste, ma non viene percepita o comunicata efficacemente.

Dal punto di vista delle istituzioni, la lotta all’emigrazione sanitaria è una priorità. La direzione strategica dell’ASL Avellino ha più volte sottolineato l’obiettivo di ridurre la mobilità passiva puntando sul potenziamento della medicina territoriale, sul rafforzamento della rete ospedaliera e sull’integrazione dei servizi tra i tre presìdi principali. L’arrivo dei fondi PNRR ha permesso l’attivazione di Case di Comunità e l’avvio di cantieri per la riqualificazione dei pronto soccorso, ma i tempi restano lunghi e il personale insufficiente.

Un altro nodo è rappresentato dalla mancanza di medici specialisti: in alcune branche – ad esempio urologia, endocrinologia, chirurgia maxillo-facciale – l’Irpinia soffre la carenza cronica di personale, aggravata dai pensionamenti e dalla scarsa attrattività del territorio per i giovani professionisti. Questo crea discontinuità nei reparti, limitazioni nella programmazione e un effetto domino che alimenta la fuga dei pazienti.

In prospettiva, sarà fondamentale costruire un sistema sanitario più accessibile, connesso e trasparente. Ridurre i tempi d’attesa, investire nella digitalizzazione, valorizzare le professionalità locali e migliorare l’accoglienza del paziente sono azioni necessarie per riconquistare la fiducia dei cittadini. Solo così l’Irpinia potrà invertire la rotta e diventare un territorio in cui ci si cura, e non da cui si fugge per curarsi.

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