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Ex Conbipel, la rabbia delle lavoratrici: “Negate le garanzie minime, non c’era la volontà di coinvolgerci nel nuovo progetto”

“Volevamo e vogliamo lavorare: non è assolutamente vero che abbiamo dettato condizioni o avanzato richieste particolari. Abbiamo solo chiesto garanzie minime che l’azienda, non facendosi più sentire, ci ha di fatto negato”. A circa due settimane di distanza dai colloqui con il Gruppo Manganaro, e a pochi giorni dall’avvio della nuova gestione nel centro commerciale “Appia” di Atripalda, le nove lavoratrici ex Conbipel raccontano la loro verità presso la sede della Cgil Avellino. Al loro fianco la segretaria generale Italia D’Acierno e del segretario provinciale della Filcams Luigi Ambrosone.

“Nonostante la nostra massima disponibilità a confrontarci”, attacca D’Acierno, “dall’azienda non è mai arrivato alcun segnale di apertura. É evidente che, in questa provincia, essere sindacalizzati e chiedere un minimo di garanzie prima di iniziare un nuovo lavoro, rappresentano un ostacolo insormontabile. La gestione di questa vertenza è stata davvero paradossale: le ex lavoratrici Conbipel sono state convocate per un colloquio in un bar, dove hanno visto sottoporsi delle proposte francamente irricevibili, senza che venisse minimamente valutato il loro profilo professionale, le loro esperienze. Eppure parliamo di donne con oltre venti anni di lavoro alle spalle, in grado anche di formare eventuali nuovi assunti”. “Dopo quei colloqui – rilancia Ambrosone – abbiamo capito perché l’azienda non aveva alcuna intenzione di confrontarsi con il sindacato. É evidente che volevano dettare le loro condizioni, senza contraddittorio. Come noto queste lavoratrice sono coperte da cassa integrazione ancora per qualche giorno, poi andranno in disoccupazione, beneficiando della Naspi. L’unica richiesta che hanno avanzato era di avere un contratto di lavoro di almeno 13 settimane, in modo che allo scadere, in caso di mancata riconferma, avrebbero comunque potuto beneficiare della copertura della Naspi”.

“Non abbiamo battuto ciglio sulle ferie e su altri aspetti di cui ci ha parlato l’azienda, a partire dall’organizzazione del lavoro. Abbiamo chiesto solo un contratto di almeno 13 settimane”. raccontano. “Ci hanno detto che, in caso di esito positivo del colloquio, ci avrebbero ricontattato. Ma, al momento, nessuna di noi ha avuto altri contatti con il gruppo Manganaro. A noi è sembrato, da subito, che il quadro fosse già chiaro e definito da tempo. Basti pensare che siamo stati convocati solo una decina di giorni prima dell’inaugurazione. Francamente un po’ troppo tardi, soprattutto perché nella sede c’era fermento da settimane, e diventa davvero difficile immaginare che ci sono realmente la volontà di riassorbirci, come pure ci era stato detto. Poi, solo durante i colloqui, abbiamo capito che ci sarebbe stato in ogni caso spazio solo per qualcuna di noi: in che modo ci avrebbero selezionate? Con quali criteri?”.

Sindacato e lavoratrici non nascondono anche più di una critica alla politica e alle istituzioni. “All’inizio un po’ tutti si sono interessati della vertenza. Poi, un po’ alla volta, è calato il silenzio. Con il Sindaco di Atripalda Paolo Spagnuolo – continuano le donne – c’è stato un contatto fino a pochi giorni fa. Gli abbiamo riferito del colloquio e lui ci ha detto che avrebbe provato a parlare ancora una volta con i nuovi imprenditori per capire le loro intenzioni, ma non abbiamo avuto alcun riscontro. Noi vogliamo solo lavorare: eravamo molto speranzose, rinunciando, in questi mesi, anche a guardarci intorno alla ricerca di altre opportunità. Purtroppo sembra che, a questo punto, non ci siano più spiragli”. “La Cgil – concludono D’Acierno e Ambrosone – resta disponibile al confronto. Abbiamo manifestato grande apertura da subito ma, purtroppo, dall’altra parte non è mai arrivato un segnale”.

 

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