Martedì, 12 Maggio 2026
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Franco Festa: la rinascita di Avellino parta dal centro storico e dalla Dogana. Iermano: una città chiusa in sè stessa e sotto assedio in cui l’opinione pubblica ha perso ogni forza

“O si ricomincia dal centro storico e dalla battaglia della Dogana per dare un senso al nostro essere cittadini o non si ricomincia affatto. La presenza di tanti cittadini in questo luogo è un segno importante”. Lo sottolinea lo scrittore Franco Festa nel corso del confronto all’Angolo delle storie su “Archeologia urbana nella città di Melillo e Matarazzo”, riflessione sul legame tra  suoi romanzi e il capoluogo. “Non è un caso la scelta di un luogo come la libreria ‘L’Angolo delle storie’ – prosegue Festa – che per prima ha accolto la lotta del comitato per la Dogana. Questo confronto nasce dalla volontà di mettere insieme più voci intorno a una storia collettiva, quella della città. I miei libri vogliono denunciare quello di cui si preferisce non parlare, al di là di quell’immagine di città felice e luminosa, del tutto fantasiosa, costruita da chi amministra. Non vogliamo essere quelli che raccontano la città scura ma vogliamo  raccontare la verità”.

E sono tanti gli spunti di riflessione emersi dal confronto con il professore Toni Iermano, la storica Cecilia Valentino e la libraria Lia Tino. Tre diversi sguardi sulla scrittura di Festa che attraversa stagioni differenti della storia di Avellino. E’ Iermano a sottolineare come “ci troviamo di fronte a un città chiusa in sè stessa che transita ma non dialoga più col mondo. La musica, i colori, la festa hanno un senso solo se sono associati a cittadinanza e serietà. Oggi assistiamo a uno stato d’assedio consumistico del capoluogo, con i cittadini chiusi in uno spazio fatto di luminarie, festa e colori. Un assedio ancora più temibile poichè è difficile, in simili condizioni, immaginare qualsiasi forma di insurrezione, diventa quasi impossibile costruire un dissenso e dunque uno spazio di coscienza critica”. Ammette con rassegnazione come “Non esistono più le condizioni ad Avellino perchè l’opinione pubblica diventi forza. E dove scompare, a causa di mancanza di dialogo e dialettica, ci si affida ciecamente a quella che viene definita classe dirigente”.

Spiega come “Attraverso una prosa sempre pregevole sul piano letterario, Franco Festa ci consegna l’indifferenza alla bellezza di più generazioni. Sappiamo bene come architettura e urbanistica dovrebbero essere legate alla cultura del bene ma non è così in questa città. Solo dove c’è bellezza c’è anche spazio per la libertà interiore, ecco perchè non è sbagliato affermare  che questa città ha negato la bellezza ai suoi abitanti. E’ una città ha subito barbarie, dal terremoto alle speculazioni, tra connivenza e vigliaccherie, meccanismi che fanno sì che le classi dirigenti smettano di essere tali per diventare classi digerenti, al di là di etica  e bene comune. La decadenza della città si delinea attraverso le storie di personaggi, anche grazie alla maestria nella costruzione dell’universo letterario che gli regala il suo essere matematico. Lo stesso titolo del suo nuovo romanzo “La fine della parola” ha in sè una prospettiva di avvenire. Non c’è nichilismo nei suoi romanzi, c’è sempre la possibilità di dialogare, l’utopia che la politica ricominci a svolgere il suo dovere. La stessa idea di archeologia diventa prospettiva che fa sì che il passato diventi futuro”.

Ribadisce come “Oggi si è sostituita la logica dell’utile e dell’effimero all’esaltazione della bellezza e dell’idealità. Tutto questo traspare dai romanzi di Franco in cui troviamo una forte geometria, intesa come capacità di dare un senso al caos. E’, del resto, quello che fa Melillo, autentico deposito di umanità, che racchiude in sè la capacità di leggere i comportamenti umani”. Non ha dubbi Iermano “Se è vero che nei romanzi di Festa la topografia della città è sempre definita e riconoscibile è merito dell’autore rendere gli spazi della città luoghi viventi. Avellino è sempre qualcosa dentro di noi, a cui si riesce a dare un senso, girando intorno alle cose perdute. E proprio nei tempi del cuore dobbiamo individuare le ragioni della narrazione di Festa”. E chiarisce come “Non credo che Melillo e Franco siano la stessa persona, il commissario nasce da Franco ma assume un’autonomia di sguardo, la malinconia di Franco ha contagiato Melillo ma poi lui cammina con le sue gambe. Altrimenti non potremmo parlare di letteratura”.

Lo stesso Festa ammette come “Il rapporto tra l’uomo e lo scrittore non è sempre facile. Mi sento come scisso. Vi confesso che all’indomani della pandemia avevo deciso di non scrivere più, poi ho scelto di dedicarmi a un nuovo libro, convinto che sia l’ultimo, ‘La fine del gioco’”. E’ la storica Cecilia Valentino a spiegare come uno dei pregi dei romanzi di Franco sia nell’abbandono di qualsiasi forma di retorica “Non c’è mai nostalgia per i tempi di una volta. Franco riesce a far vivere la città attraverso le vicende dei suoi abitanti. Come il commissario Melillo che racchiude in sè tante cose, non rappresenta solo l’etica in una città grigia, la città la porta dentro di sè. Non è semplicemente colui che deve scoprire l’autore dei delitti ma ha una profonda umanità, ha qualcosa di femminile in sè, una grande sensibilità che viene fuori soprattutto quando dialoga con le donne”. Valentino rievoca le stagioni che si susseguono nei romani di Festa dal “Delitto al corso” in cui già appare una città sfregiata dall’arrivismo e dalle speculazioni ai fermenti degli anni ’70 e alla ferita del sisma fino ad arrivare a “La scoperta del doppio” in cui Melillo e Matarazzo, il giovane commissario, così diversi e in fondo così simili, si ritrovano proprio sotto la Torre dell’orologio, sulla collina della Terra che custodisce l’anima di Avellino. E’ un centro storico irriconoscibile ma in cui si intravedono i segni dell’antico splendore e dunque di una rinascita possibile”. Una rinascita auspicata anche da Lia Tino nel suo bell’intervento  sugli spazi di resistenza e “i luoghi da cui non si può prescindere per ridare un futuro alla città. Penso a spazi dimenticati come il Fenestrelle”

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