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Franco Festa: una città che fa fatica a fare i conti con il proprio passato. Oggi si assiste ad un’apologia del reale. Ma è ancora tempo di resistere

“Avellino è una città che fa ancora fatica a fare i conti con il proprio passato, che continua a fare finta che nulla accada. Tuttavia, senza memoria non è possibile costruire il futuro. Di qui la scelta di portare alla luce i nodi che hanno segnato la storia del capoluogo. Ho consapevolezza di essere stato sconfitto ma non ho voglia di arrendermi”. Lo sottolinea lo scrittore Franco Festa nel confrontarsi con il giornalista Generoso Picone e il preside Paolino Marotta, nel corso dell’incontro promosso al Circolo della stampa dall’associazione Orizzonti, dedicato ai suoi romanzi nel segno della “Città in nero”. Un colore che evoca il noir ma anche il momento difficile che vive il capoluogo. La letteratura diventa così spazio di resistenza in un itinerario che parte dal dopoguerra per arrivare ai giorni nostri. Se Marotta ricorda come i romanzi noir di Festa diventino pretesto per raccontare le trasformazioni della città, Picone sottolinea come, oggi più che mai, il noir sia dimensione centrale nella narrativa contemporanea, capace di esplorare dinamiche sociali, a partire dalla vita di una comunità, “L’autore – spiega – ha intercettato quella che era un’esigenza del pubblico, un racconto che fosse spazio di militanza”.

A consegnare la sua testimonianza anche il direttore del Corriere Gianni Festa che pone l’accento sull’impegno a cui ciascuno è chiamato di “difendere ciò che resta di Avellino, mantenendo la schiena diritta, percorrendo la strada della legalità”. “Il primo romanzo è nato dietro la spinta di mio fratello, – prosegue Franco Festa -era pensato per essere pubblicati sulle pagine di un quotidiano ma è chiaro che non sempre siamo consapevoli delle motivazioni delle nostre azioni. Lo stesso impegno che mi aveva guidato negli anni ’70 chiedeva di trovare forma e di esprimersi attraverso la scrittura. E’ stato il docente di lettere delle superiori, il professore Acone, a trasmettermi la passione per la letteratura. Posso immaginare che quello spirito mi abbia scavato in profondità”. Ricorda come “Oggi si assiste ad una apologia del reale, come già accaduto in passato, in una città che ha cercato di dimenticare pagine dolorose come il bombardamento e il terremoto, al centro di due dei miei romanzi. Chi governa cerca di offrire una rappresentazione luminosa che non corrisponde al reale. Eppure nella tempesta ci sono sempre stati coloro che non hanno mai smesso di compiere il loro dovere. Anche nei miei romanzi ci sono giovani e meno giovani che provano comunque a resistere sono le suore che soccorsero i feriti dopo il bombardamento, sono artigiani, professori che non si fanno travolgere dalle circostanze”.

Spiega come anche quella della nostalgia sia “un’operazione criminale che tende a consolidare la distinzione tra ceti dominanti e ceti subalterni mentre non c’è mai stato un tempo felice. A governare la città è sempre stata una borghesia ipocrita che ha sfruttato ogni occasione possibile per inseguire interessi personali. Penso alla città violentata negli anni ’70 con la speculazione edilizia che ha espulso le fasce popolari dal Corso di Avellino, relegandole nelle periferie, delineando una frattura nello spazio urbano”. Picone ricorda la centralità nei romanzi di Festa di luoghi fortemente riconoscibili come la Banca o il Corso Vittorio Emanuele, che si caricano di un valore fortemente simbolico, a cui si affianca la dimensione del tempo che diventa quasi ciclico “E’ una dimensione – precisa Festa – che in alcuni luoghi conserva una profondità emotiva come nel centro storico dove i due commissari Meillo e Matarazzo scelgono di abitare. Penso a spazi come rampa Macello o Sant’Antonio Abate a cui la città ha voltato la faccia”.

Ricorda come “Siamo una comunità di vivi e di morti, penso ad Armando Montefusco che continua ad essere una presenza forte in questa città e mi ha aiutato a ricostruire l’Avellino di ieri o a Gabriele Matarazzo che dà il nome ad uno dei commissari. E’ una città che vorrebbe cancellare anche i suoi morti come fa con il suo passato”. Ribadisce come “Sconfitta non significa resa, sono un pessimista attivo. Alla sconfitta si affianca la volontà di resistere”. Di qui l’appello a un impegno collettivo, unica conclusione possibile per questo tempo circolare. Un percorso che prosegue con l’ultimo romanzo “La fine del gioco”, in uscita ad aprile, che racconta “l’orrore a livello delle relazioni familiari, traendo spunto da un episodio reale come quello del delitto Gioia, che segna il disfacimento complessivo dell’essere persone”. A far rivivere alcune pagine del libro, restituendo l’intensità della scrittura di Festa, il bravo Gennaro Saveriano

 

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