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Franco Nico, l’Aedo del Teatro Sancarluccio e dell’Irpinia

C’è una ricorrenza, nel 2018, che ci appartiene. Dieci anni fa (18.11.2008), in un incidente stradale capitato sotto la Galleria Vittoria di Napoli, perdeva la vita Franco Nico. Storico fondatore del Teatro e della Compagnia del Sancarluccio, assieme a Pina Cipriani (voce ed interprete del repertorio della canzone napoletana di ogni epoca), vantava meriti e virtù di chansonnier, guitto, poeta, bohémien, mecenate, mattatore, maître à penser.  Della sua vita artistica, legata anche all’Irpinia, e di questo lungo arco temporale, trascorso senza la sua regìa, proviamo, riannodando i fili della memoria, a raccontare storia e storie, omaggio mai bastevole per un uomo che ha lasciato tracce e “scintille” di un nuovo umanesimo. (Un insieme di tante buone ragioni  vale la nostra plaquette – “munus amicitiae” –  “Il Teatro Sancarluccio di Napoli. Una casa d’arte e di vita”, Delta 3 Edizioni, 2018).

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A San Pasquale a Chiaia, in una traversa di via dei Mille a Napoli, vi ha occhieggiato per anni il Teatro Sancarlucccio, (oggi, con altra gestione, “Nuovo Teatro Sancarluccio”). Un piccolo grande Teatro, a cominciare dall’anno della sua fondazione (1972), “creatura” fisica ed artistica di Pina Cipriani e Franco Nico, che ne avevano fatto un seguito di energie, ideazioni, programmazioni, palinsesti.

Franco vi agiva da mattatore, da solerte factotum, come l’antesignano protagonista rossiniano. E dire che, vantando esperienze artistiche e concertistiche con grandi nomi della storia della canzone italiana (Fred Buscaglione, Claudio Villa, Domenico Modugno, Tullio Pane, Giorgio Gaber, Lelio Luttazzi e Raffaella Carrà, Aurelio Fierro, Nino Taranto) e della musica (orchestrazione di Ennio Moricone), avrebbe potuto contentarsi di rimanere comodamente in quell’alveo. Ma l’orgoglioso meritato successo non aveva scalfito la cultura dello spirito inquieto,  quello apportatore nei suoi principi morali, vicini al socialismo, di documentazione, risveglio, partecipazione e riscatto. Una militanza ossequiosa dei fondamenti di “giustizia e libertà”, compresi nell’arte, anzi divenuti sua stessa voce.

Uomo ed artista con i piedi ben piantati per terra, anziché – da vero bohémien –  acchiappanuvoli.

Il sodalizio con Nusco e con gli Irpini era cominciato poco prima del 1978, anno in cui  nasceva l’omonima “Compagnia del Sancarluccio” ed usciva il disco della Fonit Cetra Irpinia, oj terra mia cchiu cara, che valeva l’omonimo spettacolo-documento (con immagini e filmati esclusivi di Felice Biasco), tratto dalla raccolta di poesie Nuscu paesu miu di Agostino Astrominica.

Questa scelta, che possiamo definire senza alcuna forzatura una mission, aveva innescato un’azione di scandagli, incursioni e ricognizioni, frutto di “lavoro di ricerca nell’entroterra campano” –  come avrebbe detto Manlio Rossi-Doria – sia dell’area costiera o della “polpa” che delle zone interne o dell’”osso”. Una lunga lista: Antonio De Curtis in arte Totò, Il Sud non è forse… (presentato alla Biennale di Venezia nel 1982), RONA (registrato e teletrasmesso in quattro puntate da Rai Tre), Momenti, viaggio nei sentimenti, Tiempe Sciupate con Enzo Moscato (spettacolo registrato e trasmesso da Radio Tre), lo storico Rosa, Preta e Stella [dal Canto delle lavandaie del Vomero (1200 ca) a Tammurriata nera, Luna rossa, fino a Canzone nova di Pino Daniele], MAMA, Cantami o Diva, Chesta è la Terra mia, La forza del dialetto, Song’s Eduardo, Chist’è nu filo d’erba e chill’è ‘o mareMiti leggende e storie antichi di Capri, Le canzoni di Amalfi in occasione della storica regata (2008).

In questo affollato sempre nuovo repertorio si affacciava la passione per la poesia, creata o mutuata, e il sentire “mediterraneo”, dagli echi del mar Tirreno di Alfonso Gatto alla sublimità amorosa di Nazim Hikmet, ai disincanti di Luigi Incoronato, ai “graffi” di cronaca di Peppe Lanzetta, ai versi di passione civile di Giuseppe Liuccio, alle traversate di clandestini e migranti ed ai crucci del terzo millennio, sguardi accorati della mia scrittura.

Infine il recital, che aprì la stagione teatrale del 2002, Il canto vero della poesia (comprendente poesie/ballate dei “Nobel” Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale) ed a seguire Rocco Scotellaro e i poeti del Sud, la cui prima nazionale fu voluta dal GAL-A.Gi.Re al Castello Ducale di Bisaccia (8 dicembre 2004), felice sintesi di un meridionalismo poetico  a più voci – Scotellaro, Stiso, Giuseppe Saggese, La Penna, Martiniello, Liuccio, la mia –  così necessario e mai bastevole in tempi di conformismo e rassegnazione, in cui la politica aveva escluso dalla sua agenda la questione meridionale.

Dall’archivio del Sancarluccio recuperiamo, con rigore documentaristico, carriera ed appuntamenti:  “in Italia, a Cagliari, a Torino, Siena, Brindisi, al Teatro Flaiano e al Parioli di Roma, al Festival Città Spettacolo di Benevento, al Teatro di Corte della Reggia di Caserta, al Festival delle Ville Vesuviane, ed all’estero, in Francia al Festival di La Rochelle, ad Avignone e al festival del Teatro Europeo di Grenoble, al Centre George Pompidou di Parigi per il Festival Quartier d’été, all’Istituto di Cultura Italiano di Parigi, in Svizzera, in Germania, in Turchia ed in Grecia all’Istituto di Cultura Italiano di Salonicco”.

Così la discografia, tra vinili, musicassette e CD, per le etichette Fonit Cetra, Polo Sud e CPS. Franco cuciva abiti per sé ma, conoscendo stili, gusti e tendenze, sapeva  esaltare le qualità canore di Pina: [vedi il canzoniere, composto su testi di Eduardo, Totò, Palomba, Liuccio, Moscato, Lanzetta, Iuliano, Astrominica;  le persistenti incursioni nella canzone classica e contemporanea napoletana, di cui Pina resta singolare interprete (da Pino Daniele a Carlo Faiello, ad Enzo Gragnaniello, agli Almamegretta, ecc.)]; l’operina Quanno nascette Ninno di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, interpretata e incisa nel ‘77 in versione integrale, ed eseguita  nel ‘91 in Piazza del Plebiscito a Napoli, alla presenza di Papa Giovanni Paolo II.

Vero è che il Sancarluccio, che aveva registrato il passaggio in trionfo del gotha del teatro napoletano ed italiano da Annibale Ruccello ad Enzo Moscato, Leopoldo Mastelloni, Massimo Troisi, Silvio Orlando, Peppe Lanzetta, alla sperimentazione di  Mario Martone e Tony Servillo, Antonio Neiwiller e Renato Carpentieri, alle “comete” di Roberto Benigni, a Laura Morante, attrice prediletta di Nanni Moretti, aveva ancora tanto da perfezionare fra aperture, proposte, spazi di sperimentazione e scena.

Con il Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud aveva già rodato un insieme di proposte ed attività: TeatroPoesia, i lunedì della poesia nell’ambito del Festival della Poesia dei Paesi del Mediterraneo ed il Festival della Poesia del Sud … e per il Sud, per più stagioni fino all’ultima 2011 – 2012. Nel settembre 2013, dopo oltre quarant’anni di attività ed a cinque anni dalla morte di Franco, il Sancarluccio ha chiuso le porte

A significare la persona e la personalità di Franco Nico basta leggere quanto ha scritto Paolo Saggese: “Franco Nico non ha solo segnato la storia del teatro napoletano, con il suo “Sancarluccio”, ma ha anche sostenuto la migliore cultura meridionale in un periodo, in cui sembrava che il Sud potesse ancora farcela. Perciò, la sua vicenda intellettuale e umana si ricollega ad una stagione di rinascimento irripetibile almeno nei tempi brevi dell’esistenza di un individuo. Oltre Napoli, l’altro amore di Franco era l’Irpinia, che a ragione considerava la sua patria originaria, perché il suo cognome, Mastrominico, rinviava ad alcuni centri dell’alta Irpinia (Gesualdo, Nusco). La scoperta, poi, del poeta dialettale quasi omonimo Agostino Astrominica, che Franco venerava come può un figlio un padre, aveva fatto il resto”. Cosa che facciamo anche noi del Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, riconoscendogli una mai bastevole paternità di legami e testimonianze.

Giuseppe Iuliano

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