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Sindacato, D’Acierno, segretaria provinciale Cgil: “Resistere non basta più. Le aree interne senza infrastrutture, lavoro e servizi sono destinate a scomparire”

Le riflessioni, in qualche modo, amare ma senza dubbio ancora piene di speranze della segretaria provinciale della Cgil, Italia D’Acierno, sul momento che sta attraversando questa provincia.
“L’Irpinia continua a essere raccontata attraverso due narrazioni opposte. Da un lato c’è un punto di vista che la descrive come un territorio ormai marginale, destinato a vivere soltanto di agricoltura, turismo e nostalgie. Dall’altro c’è chi continua a vedere nella presenza di alcuni grandi stabilimenti industriali la prova di un sistema produttivo ancora capace di rappresentare radicamento e capacità produttiva. La realtà, come spesso accade, è più complessa. Come organizzazione sindacale che vive dentro e fuori dai luoghi di lavoro probabilmente disponiamo di un punto di vista che ci consente di fare analisi senza velleitarismi e senza cadere nella tentazione di una superficialità strumentale ad a tanta informazione leggera. La provincia di Avellino conserva una base manifatturiera importante, costruita in oltre quarant’anni di investimenti pubblici e privati, ma oggi, a causa dei grandi sconvolgimenti socio-economici dovuti alla rivoluzione digitale e ad una crisi politica diffusa a livello globale, si trova davanti a una delle trasformazioni più difficili della sua storia. La transizione ecologica, la rivoluzione digitale, il cambiamento delle filiere produttive e la crisi demografica stanno modificando profondamente il modo di produrre, lavorare e vivere nelle aree interne. La vera domanda non è se l’Irpinia abbia ancora un futuro industriale, ma se sarà capace di interpretare e accogliere questi cambiamenti oppure di subirli lasciandosi andare alle conseguenze che ne deriveranno.
 I dati più recenti mostrano un quadro che richiede attenzione. Il numero delle imprese rimane sostanzialmente stabile, ma il mercato del lavoro evidenzia segnali contraddittori. Nel primo trimestre del 2026 le imprese della provincia occupavano 83.197 addetti, con una crescita congiunturale di circa l’1%. Il dato, tuttavia, non deve trarre in inganno. Alla fine del 2025 gli occupati risultavano invece in diminuzione dell’1,1%, segnale di un mercato del lavoro ancora molto instabile. La crescita interessa soprattutto le imprese medio-grandi, mentre il tessuto delle piccole aziende continua a perdere occupazione e capacità di investimento. È il segno di un sistema economico che produce sviluppo in maniera disomogenea e lascia ai margini una parte consistente del territorio. Quindi alla crescita registrata in alcuni comparti fanno da contraltare la riduzione degli addetti in altri settori, l’aumento della precarietà e le difficoltà di reperire personale qualificato. Non è sufficiente contare quanti posti di lavoro esistano; occorre interrogarsi sulla loro qualità, sulla loro stabilità e sulla loro capacità di offrire prospettive ai giovani. Il vero nodo riguarda le filiere produttive. L’industria contemporanea non è più fatta di aziende isolate, ma di reti nelle quali convivono imprese capofila, fornitori, subfornitori, logistica, servizi e lavoro in appalto. Quando una grande azienda riduce la produzione o modifica il proprio piano industriale, gli effetti si propagano rapidamente lungo tutta la catena, colpendo soprattutto le piccole imprese e i lavoratori più esposti. È qui che emerge una delle principali criticità del sistema irpino: la frammentazione produttiva genera spesso una frammentazione dei diritti. Nella stessa filiera possono convivere lavoratori con salari, contratti e tutele molto differenti”.
Le sfide dell’innovazione e l’industria
“L’ automotive rappresenta il caso più evidente. Lo stabilimento Stellantis di Pratola Serra continua a essere un punto di riferimento per l’industria provinciale, ma la transizione verso la mobilità elettrica impone una profonda riconversione dell’intero comparto. Non basta chiedere la difesa dell’occupazione esistente. Servono nuovi investimenti, produzioni innovative, ricerca e formazione. Senza un piano industriale credibile il rischio è che il territorio rimanga legato a produzioni destinate a ridursi progressivamente, mentre le nuove tecnologie verranno sviluppate altrove. Lo stesso vale per la metalmeccanica in senso diffuso, costituita da decine di imprese che lavorano come fornitori di grandi gruppi nazionali e internazionali. Molte di esse dipendono da poche commesse e operano con margini sempre più ridotti. In queste condizioni la competitività rischia di essere ricercata comprimendo il costo del lavoro anziché aumentando innovazione e produttività. È una strada che impoverisce contemporaneamente imprese e lavoratori. Su un altro versante, il distretto conciario di Solofra, dove diventa sempre più evidente che sviluppo industriale e sostenibilità debbano diventare parte della stessa strategia. Le recenti polemiche su un hub di riciclo delle materie plastiche, tema certamente complesso, evidenziano come sia difficile tenere insieme produttività, tutela ambientale e risposta sociale. In questi casi una corretta informazione ed una azione politica che coinvolge tutti gli attori socio-economici diventa fondamentale diversamente si innescano processi “tossici” sul piano della comunicazione e, conseguentemente sul piano decisionale, non diversamente da quanto è già successo con la vertenza Arcelor Mittal-Pico-Fonderie Pisano a Luogosano.
Sostenibilità, territorio e logistica
“Discussioni collegiali, coinvolgimento circolare dalla filiera tecnico-scientifica a quella delle parti sociali e delle organizzazioni territoriali ovviamente sotto l’egida della politica sono schemi di ragionamento ineludibili per una società ormai così dinamica sul piano dell’informazione. La qualità ambientale, la depurazione, la sicurezza sul lavoro e la tracciabilità dei processi produttivi non rappresentano un vincolo, ma una condizione, sostanzialmente irrinunciabile, per competere nei mercati internazionali. Tuttavia, occorre evitare che i costi della transizione vengano scaricati esclusivamente sull’occupazione. L’agroalimentare e il comparto vitivinicolo costituiscono un’altra grande opportunità. L’Irpinia dispone di produzioni riconosciute nel mondo, ma la qualità del prodotto deve corrispondere anche alla qualità del lavoro. Non può esistere una filiera di eccellenza se alla base persistono lavoro precario, irregolarità contrattuali o bassi salari. La valorizzazione delle produzioni locali deve procedere insieme alla tutela dei lavoratori e alla crescita della trasformazione industriale sul territorio. Ma il futuro dell’Irpinia non dipende soltanto dalle imprese. Dipende anche e soprattutto dalle infrastrutture, che rappresentano oggi uno dei principali fattori di competitività. Le aree interne continuano a pagare il prezzo di collegamenti incompleti, ritardi nelle opere strategiche, rete ferroviaria insufficiente e trasporto pubblico locale inadeguato. Senza un sistema moderno di mobilità diventa difficile attrarre investimenti, trattenere giovani competenze e sostenere l’export delle imprese. La logistica non è un tema tecnico: è una strategia di politica industriale”.
Spopolamento,  disoccupazione,  sanità, servizi
“A questa fragilità si aggiunge la crisi demografica. L’Irpinia perde popolazione, invecchia e continua a vedere partire molti giovani qualificati. In poco più di dieci anni la provincia di Avellino è passata da oltre 430 mila abitanti (2014) agli attuali 395 mila, perdendo circa 35 mila residenti, mentre gli over 65 sono aumentati da 88 mila a oltre 96 mila. L’indice di vecchiaia è salito da 154 a oltre 217 anziani ogni 100 giovani. Non è soltanto una questione demografica: significa meno lavoratori, meno consumi, meno studenti, ma anche una domanda crescente di sanità, assistenza e mobilità. È il quadro dentro il quale bisogna leggere ogni riflessione sul futuro economico dell’Irpinia. Si riduce il capitale umano disponibile proprio mentre le imprese chiedono tecnici, ingegneri, manutentori, specialisti dell’automazione e competenze digitali. È uno dei grandi paradossi del territorio: da una parte la disoccupazione, dall’altra la difficoltà di trovare professionalità adeguate. Le trasformazioni in corso investono anche il sistema dei servizi pubblici. La sanità delle aree interne, il trasporto pubblico, la scuola e i servizi di prossimità non rappresentano soltanto diritti di cittadinanza; sono fattori di sviluppo economico. Un territorio che perde ospedali, scuole e collegamenti perde anche capacità di attrarre imprese e famiglie. Lo spopolamento non si combatte con interventi episodici, ma costruendo condizioni di vita e di lavoro che rendano conveniente restare. ll declino demografico rende ancora più centrale la sanità. L’Azienda Ospedaliera Moscati registra ogni anno quasi 50 mila accessi al Pronto Soccorso e oltre 18 mila ricoveri ordinari, ma l’ASL di Avellino continua a soffrire una grave carenza di personale. Secondo il Piano del fabbisogno mancano teoricamente quasi 1.000 operatori, tra cui circa 290 medici e oltre 200 infermieri rispetto agli standard programmati. Nelle aree interne investire nella sanità non significa soltanto garantire il diritto alla salute: significa creare occupazione qualificata e rendere il territorio più attrattivo per famiglie e imprese”.
Come fare per risollevarsi. Proposte
“Per queste ragioni la discussione sul futuro dell’Irpinia non può limitarsi alla gestione delle singole crisi aziendali. Occorre una vera politica industriale territoriale che metta in relazione infrastrutture, formazione, innovazione, ricerca e qualità del lavoro. Una cosa è certa: l’Irpinia non ha bisogno dell’ennesimo elenco di opere pubbliche o di incentivi distribuiti senza una strategia. Le risorse del PNRR, della ZES Unica e della programmazione europea rappresentano probabilmente l’ultima grande occasione per invertire una tendenza che dura da oltre vent’anni. Se questi strumenti serviranno soltanto a finanziare singoli progetti, il territorio continuerà a perdere popolazione e competenze. Se invece saranno utilizzati per costruire filiere produttive solide, collegamenti efficienti e lavoro stabile, l’Irpinia potrà tornare a essere una delle principali realtà manifatturiere del Mezzogiorno. La sfida non è difendere il passato, ma costruire un nuovo modello di sviluppo nel quale la competitività delle imprese e la qualità del lavoro crescano insieme. Il sindacato è chiamato a svolgere un ruolo nuovo. Non basta intervenire quando si apre una vertenza o quando viene annunciata una ristrutturazione. È necessario partecipare alla costruzione delle politiche di sviluppo, contrattare lungo le filiere, promuovere formazione continua, difendere salari e diritti, ma anche contribuire a definire un modello di crescita più equo e sostenibile. Proprio per questo alla fine dell’estate proporremo sia come strumento dell’organizzazione sia come elemento di riflessione collettiva un documento che rappresenterà uno strumento di analisi e di proposta di ragionamento sullo stato della nostra provincia. La vera sfida dell’Irpinia non consiste semplicemente nel conservare ciò che resta del passato industriale. Consiste nel costruire un nuovo equilibrio tra innovazione, lavoro e coesione sociale. Se la transizione sarà governata, potrà diventare un’occasione di rilancio. Se invece verrà subita, il rischio è quello di assistere a un progressivo indebolimento del sistema produttivo, all’aumento delle disuguaglianze e alla perdita definitiva del capitale umano più qualificato. Il futuro delle aree interne si gioca oggi. E riguarda non soltanto l’Irpinia, ma l’idea stessa di sviluppo che il Paese intende perseguire”

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Giancarlo Vitale

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