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Se sono apparse da subito evidenti le ripercussioni negative, a livello di psicologia di massa, della recrudescenza degli atti di terrorismo internazionale con tutta la loro carica di letale imprevedibilità, non meno rimarchevole è il colpo assestato agli organismi internazionali che negli ultimi decenni hanno garantito con la loro sola presenza, la stabilità degli assetti geostrategici e politici. Nelle ultime settimane, dal 23 giugno ad oggi, è veramente successo di tutto in Europa e non solo, e tutto è riconducibile al tema della globalizzazione della paura che è diventato un fattore di accelerazione di processi politici prima inimmaginabili. Non c’è dubbio che la paura – paura di un’immigrazione incontrollata che mina la sicurezza nazionale – abbia convinto una maggioranza, risicata ma determinante di elettori britannici a voltare le spalle all’Europa; così come a maggior ragione i sanguinosi attentati di Dacca, Orlando, Nizza e Wurzburg, anche se forse non direttamente pianificati dal sedicente Stato islamico, sono tuttavia riconducibili in termini di ispirazione e di richiamo evocativo, all’appello alla jihad lanciato dal “califfo” Abu Bakr al- Baghdadi, mai apparso minaccioso come in queste settimane. Quanto poi al fallito colpo di Stato militare in Turchia e alla feroce repressione subito instaurata da Erdogan, anche in questo caso abbiamo a che fare con la progressiva involuzione di un regime che negli scorsi anni aveva giocato una duplice spericolata partita a scacchi, da una parte con l’Europa delle istituzioni democratiche di Bruxelles, dall’altra con le sanguinarie milizie dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Ma ora è tempo di mettere un punto e fare un primo bilancio, che non può che essere allarmante, poiché l’Unione Europea e la Nato escono gravemente indebolite dall’evoluzione degli avvenimenti, mentre l’Onu, il terzo pilastro di un’architettura multinazionale concepita per garantire pace, sicurezza e sviluppo, ha assistito inerme al rincorrersi di eventi sconvolgenti. Se ci limitiamo agli organismi internazionali a noi più vicini, vedremo che l’Unione europea, privata della presenza critica ma pur sempre rilevante di Londra, stenta a recuperare autorevolezza e capacità di intervento sullo scacchiere più in crisi, che è quello ai suoi confini sudorientali, mentre si profila una possibile convergenza di interessi fra Turchia, Stati arabi sunniti, Russia e forse Iran, che spingerebbe nell’angolo un’Europa sempre meno protagonista. Ancora più in difficoltà potrebbe trovarsi la Nato, nella quale la Turchia ha un peso preponderante con 24 basi militari in Anatolia e il secondo esercito dopo quello Usa, se si allargasse il solco che sta dividendo Ankara da Washington. Analisti americani danno per scontata l’uscita della Turchia dall’alleanza, e lo stesso segretario di Stato Kerry nei giorni scorsi ha detto con fare minaccioso che “la Nato vigilerà sul comportamento democratico della Turchia”. Ora, non sembra che la prospettiva di un congelamento delle relazioni stia inducendo a più miti consigli il satrapo turco, che intanto ha sospeso la validità della convenzione europea sui diritti umani, in pratica riservandosi mano libera sulla repressione del dissenso incurante delle critiche che gli piovono addosso da Berlino, Bruxelles e Washington; mentre è certo che un indebolimento del fianco sud non sarebbe facilmente surrogabile. Insomma, c’è una geopolitica del terrore che sta sconvolgendo i parametri interpretativi della realtà, e richiede un ripensamento profondo di obiettivi, strumenti di intervento, alleanze. Su tutto, poi, pesa come un macigno l’interrogati vo delle elezioni presidenziali americane, di qui a novembre. A conclusione della convention repubblicana di Cleveland, quel che un anno fa sembrava assurdo – l’elezione di Donald Trump – è ora nel novero delle possibilità, e anche in questo caso la paura giocherebbe un ruolo da protagonista, visto che la candidatura del megalomane magnate newyorchese è sostenuta dall’irrazionale desiderio di protezione delle classi medie americane. E il programma di politica estera di Trump, pur nella sua indeterminatezza, va nel senso di un preoccupante isolazionismo, basato sul concetto di “America first”, che fa prevalere sempre e in ogni caso gli interessi nazionali statunitensi, o presunti tali, a discapito di una visione inclusiva e collaborativa delle relazioni internazionali.
edito dal Quotidiano del Sud

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