Giacinto avrebbe voluto andarsene in silenzio, ma – benché aperto alla tecnologia – ha sottovalutato il rilievo imperante dei social. Poche ore dopo la Sua scomparsa, la notizia era già diventata virale. É seguita la meritata celebrazione: il gentiluomo di altri tempi, la persona cordiale e disponibile, l’avvocato brillante, il pubblicista, le cariche ricoperte nello sport e nel Touring Club, il presidente dell’Avellino Calcio in Serie A. Tutto vero, ma io voglio raccontare qualcosa di diverso che faccia emergere la sua cifra di una forte umanità sotto traccia, venata da sottile ironia. Il titolo di queste note è derivato dal noto romanzo “L’amica geniale“ di Elena Ferrante, secondo la quale va definita geniale la persona dotata di intelligenza particolare e precoce, qual’era per l’appunto Giacinto.
La nostra è stata lunga storia di amicizia vissuta senza incrinature e nel reciproco rispetto delle nostre non poche diversità. Ne voglio raccontare, per flash, alcuni momenti significativi: autunno 1951, Liceo Classico Pietro Colletta di Avellino in Corso Vittorio Emanuele. Io ripetente entrai nella mia nuova classe di V ginnasiale, ove fui accolto con curiosità e rispetto. Dopo qualche giorno Giacinto si avvicinò per rincuorarmi in quanto aveva subito intuito la mia capacità di risalire la corrente. Spesso disputavamo accanite partile di calcio nel cortile della scuola, ma Giacinto non praticava quello sport. Lo invitavamo ugualmente perché ne coglieva lo spirito cameratesco. Era relegato all’ala sinistra, ma si rendeva utile con umiltà e quando gli capitava di segnare un goal, ne gioiva con tutti noi.
Ancora: durante il triennio liceale fu sorprendente protagonista, al Teatro Partenio, della novella pirandelliana “L’uomo dal fiore in bocca”, il quale, minato da un grave male, aveva la consapevolezza della morte incombente e trovava conforto nel godimento di piccole cose. Gli ricordai che era un pezzo forte di Vittorio Gassman che lo aveva recitato per la prima volta proprio negli anni del Liceo; quando ci laureammo in giurisprudenza, ci regalammo un libro, io uno sulla Russia, che ingenuamente ritenevo la casa del socialismo, e lui uno sugli Stati Uniti che all’epoca erano considerati la culla del liberalismo.
Così come mi piace ricordare che nell’esercizio della nostra professione dii avvocati, ci consultavano e, poiché era già cassazionista, una volta gli chiesi di patrocinare un mio ricorso. Lo lesse e confessò di non averlo capito per eccesso di tecnicismo. Generosamente lo firmò e, quando gli riferii che era stato accolto, commentò che ero stato fortunato. Quando avevo da poco superato i quarant’anni, osservò ironicamente che finalmente avevo raggiunto l’età giusta perché, per la prima volta, dimostravo meno degli anni che avevo; parlava spesso della morte, secondo lui la vita andava apprezzata fino a quando una persona era in possesso di una dignitosa autonomia. Aveva, come tutti, le sue fragilità che celava dietro la sua naturale e composta eleganza. Rimasi sorpreso quando mi confidò che gli piaceva molto una canzone di Edith Piaf “Non, rien de rien“: “no, niente di niente, no, non rimpiango niente, né il bene né il male, tutto per me è uguale”. Io, invece, rimpiango te, caro amico geniale.
Benito Grasso


