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Gioco dell’oca e scelte di fondo

Come in un gioco dell’oca istituzionale, la crisi di governo torna alla casella di partenza dopo aver tentato tutte le strade immaginabili per interpretare il risultato del voto del 4 marzo senza tradire la volontà popolare ma anche tutelando per quanto possibile gli interessi dei due “vincitori” dimezzati della competizione. Dopo più di due mesi si riparte dal via, cioè da quell’accordo fra Salvini e Di Maio che nel giro di pochi giorni consentì la spartizione degli uffici di presidenza di Camera e Senato lasciando solo le briciole agli altri gruppi entrati in Parlamento. Si poteva fare prima, si poteva fare meglio? Intanto è ancora da vedere se l’intesa regge al vaglio del programma e della definizione della squadra di governo, a partire dall’indicazione di colui, o colei, che sarà chiamato a guidarla. La trattativa prosegue a ritmo serrato fra Roma e Milano, mentre resta sul tavolo la carta di riserva calata dal Presidente della Repubblica, che si è detto pronto a varare un governo “neutrale” o “di servizio” nel caso in cui i partiti non si fossero messi d’accordo.

Per Lega e Cinque Stelle un vero e proprio ultimatum, ma anche la mossa che ha impresso una svolta imprevedibile alla partita in corso da settimane, con un Presidente-arbitro improvvisamente diventato interventista, interpretando un ruolo che ora non ha intenzione di dismettere. Se l’annuncio di un governo “terzo” rispetto alle forze parlamentari ha avuto l’effetto di riaprire la strada ad un governo politico, il secondo intervento pubblico di Mattarella è entrato già nel merito del programma, se non addirittura dell’ispirazione di fondo della coalizione che sta per nascere, e che dovrà navigare entro confini nettamente delineati dal Quirinale in tema di obblighi di bilancio, politiche europee, rispetto dei trattati internazionali. Paletti ai quasi si dovrà conformare anche la squadra di governo, che dovrà fornire adeguate garanzie in proposito. Ciò vuol dire che nel momento in cui la crisi entra nella sua fase conclusiva, la vigilanza del Presidente della Repubblica sarà più stringente.

Ce n’è bisogno, anche perché la disinvoltura di cui hanno dato prova Di Maio e Salvini, che tuttavia restano gli assoluti protagonisti politici della vicenda, poteva far ritenere che tutto, anche la conclusione della partita, fosse esclusivamente nelle loro mani. Non è così, e non solo perché ci sono procedure da rispettare, e forse sarà necessario un quarto giro di consultazioni al Quirinale prima di arrivare all’incarico di governo, ma anche perché, arrivati alla stretta finale, era necessario che le parti in causa si rendessero conto di essere chiamate a dare un governo ad un Paese che è tra i fondatori dell’Unione europea e partner indispensabile di un sistema di alleanze che, pur tra difficoltà e problemi aperti, resta uno dei fattori stabilizzanti degli equilibri mondiali. Eventuali accordi programmatici su sostegno al reddito, tasse, immigrati, sicurezza, legalità, avranno un valore intrinseco solo se iscritti in una cornice politica generale, un “manifesto” di intenti e di volontà destinato a rassicurare i mercati finanziari che già manifestano segni di nervosismo e gli stessi partner internazionali che guardano con preoccupazione agli sviluppi della situazione italiana. C’è da ritenere che su questo aspetto tutt’altro che secondario della trattativa si concentrerà nelle prossime ore l’attenzione esigente del Presidente della Repubblica. Perché non restino equivoci sulle scelte di fondo che il nuovo governo intende compiere.

 

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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